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日志


3月5日

Inevitabilidades

Si la Tragedia
se define
por su preanunciada
inevitabilidad
entonces
la vida
siempre
lo es.
 



1月31日

Discorso per un uomo del futuro

Vorrei dire molte cose, quest'oggi, ma credo che mi limiterò a questo: la sua vita fu sempre una serie di banalità accatastate su legna da ardere. Un tumulo di future ceneri senza rimpianti né eroi morti da cantare davanti a maestose mura.
Conobbe molte persone, visse varie esperienze, viaggiò, persino, ma rimase sempre se stesso. Se non si è disposti a cambiare la vita non ci cambia, ci peggiora, ci regala solo frustrazione.
Disse di negare Dio, poi disse di credere, poi ancora disse di negarlo. Alla fine pensò che la cosa migliore da fare era non esprimere più la propria opinione, se non forzato a farlo. L'unica cosa di cui era sicuro era che odiava la Chiesa. Già, la Chiesa Cattolica.
Non so se ci avete mai fatto caso, ma nelle discussioni adottava questo stratagemma: non prendeva iniziative, un po' perché non voleva, un po' perché non poteva. In fondo non aveva idee, e ormai ne era convinto. Ma non gli dispiaceva più di tanto: come in tutte le cose era totalmente passivo.
A volte faceva del male agli altri perché gli altri ne fecero a lui in passato. Senza intenzione, forse, o totalmente, feriva il cuore e la mente altrui. Quante volte doveva accadere prima che la sua ferita, vecchia di anni, si rimarginasse? Non se l'era mai domandato, e sarebbe morto chiedendoselo.
Da giovane faceva politica. Gli piaceva scendere in piazza e mettersi in bocca alcool, fumo e le belle parole degli altri. Parlando di problemi sociali e politici non aveva mai avuto una propria idea, e di volta in volta andava a leggere e informarsi per fare da megafono. Funzionò sempre, perché aveva una grande fantasia e sapeva benissimo mescolare tutto ciò che leggeva e ripeterlo a parole sue. Questo, va detto, era uno dei suoi pochi punti di forza.
I suoi amici avevano mollato quella vita sregolata della gioventù, sempre inseguendo ideali nati e morti un giorno di ottobre, ma lui aveva continuato a perseguirli, da solo. Forse per un infantile gesto di autoaffermazione senza basi né vertice. Lo faceva perché doveva mantenere una immagine, non perché ci credesse veramente.
Aveva due lauree, come sapete, ed entrambe ottenute studiando duramente. Una era in filosofia, ma se gli chiedevate qual era la differenza tra ontologia ed epistemologia non sapeva rispondervi subito, doveva andare ad aprire un libro. I libri erano la sua fonte, il suo tutto. Erano lui.
Aprire la sua libreria o parlare con lui era la stessa cosa. Sulle prime interessante, brillante, ma subito dopo banale, noioso e prevedibile. Dopotutto, anche gli inediti, per quanto geniali, se non sono classici prima o poi diventano carta buona per riscaldarsi.
Beh, credo che non ci sia altro da dire. O meglio ci sarebbe, ma vi annoiereste a morte. La sua storia è solo sua, davvero solamente sua. Non interessò mai a nessuno, se non forse a me che sono qui adesso a parlarvi su questo pulpito che, come lui, ho sempre odiato.
Grazie a tutti per essere venuti, a lui avrebbe fatto piacere, ne sono sicuro, ma avrebbe preferito che dopo tutto questo ci fosse stato un party all'americana, con tartine e bibite. Lui era così, prendeva tutto a ridere, anche la morte. Anche la sua.
E scommetto che adesso, guardandovi tutti qui seduti e me in piedi, sotto queste arcate di marmo e legno, se la sta ridendo.
Vero, papà?





1月6日

Due modi di essere


"Nessuno è se stesso per sempre. Si cambia ogni secondo (ma con quale coraggio dividiamo il tempo?) e non ha senso l'identità, non ha senso il nome, non ha senso dire 'Io sono così così così', perché la personalità di ieri non sarà quella di oggi né quella di domani. Si muore ogni giorno, ogni minuto e ogni secondo. La vera morte non è quella finale, perché lì non si esiste più, e non ha senso parlare di morire. Non si prova la morte, la si mostra. Si sa che si sta per morire, ma nell'attimo non si prova nulla, perché si è nulla"

Alzò gli occhi dal libro e guardò il soffitto. Non riusciva a capire ciò che aveva appena letto. Eppure non era così difficile, ma da un po' di tempo a quella parte non era in grado più di comprendere anche i più semplici ragionamenti filosofici e metafisici. E dire che tempo addietro era sempre in prima fila quando si trattava di dare esami a scelta di filosofia...
Con il libro tra le mani, ora, aveva due possibilità: continuare a pensare e ripensare a quei concetti o darla vinta al sonno delle 2 di mattina che lo stava stringendo sempre più. Scelse la seconda. Dopo pochi secondi libro ed occhi erano chiusi ed entrambi stavano sognando lo stesso sogno: l'incontro di due occhi all'angolo di una strada che percorrevano tutti i giorni per andare all'università. Uno (quello che molti dicono essere senz'anima) sognava occhi che potessero leggere il suo inchiostro e la sua carta ruvida e capirli davvero, sognava di essere lasciato in quell'angolo ad aspettare un nuovo lettore, con alle spalle altre esperienze, che potesse fargli domande alle quali lui avrebbe saputo (e voluto) rispondere. Sognava occhi curiosi. L'altro, invece, sognava occhi ormai appartenenti alla memoria. Occhi falsi, cattivi, piccoli. Ma capaci di non fargli pensare ad altro che al loro modo di chiudersi quando ridevano. O al loro modo di averlo lasciato per andare a percorrere altre vie. Sognava occhi altrui.
Ciò che però entrambi non sapevano (ma uno dei due era giustificato) era che entrambi stavano cercando la stessa cosa, ma di segno opposto. Uno ricercava disperatamente (l'avverbio non è casuale) il proprio essere, l'altro cercava disperatamente di negarlo. Alla fine nessuno dei due raggiunse il proprio obiettivo, perché entrambi erano sempre stati fermamente convinti di avere una sola identità, immutabile, che in in un caso era un nome, e nell'altro un titolo.
E alla fine furono dimenticati persino dal Dio ci tiene in vita sognando. 



1月1日

Sotto i tuoi occhi

Si, amico mio,
per quanto tu sia sereno,
il tuo amore è già morto
lungo i campi bruciati d'estate.
In silenzio e senza nessuno,
senza te stesso,
è morto.
E adesso come fai,
sai dirmi come fai
a ragionare e ammettere che
non hai mai saputo amare?
Come fai a dire
di aver sempre avuto
un cuore nero?
E come fai, adesso,
a dire di voler fuggire
lontano
se neanche sai
dove?
Se neanche t'accompagna
una mano?
Il tuo amore è morto
lungo i campi bruciati
d'estate.
E' morto da solo,
sotto il sole.
Sotto i tuoi occhi
che non volevano
guardare.

12月22日

La biblioteca /1

La biblioteca era enorme e lo circondava. Era di forma sferica e lui stava esattamente al centro, su una piccola piattaforma di legno dalla quale si diramavano quattro passerelle dello stesso materiale protette da una finissima barriera di protezione. In mano stringeva un libro e si guardava intorno, con l'aria sperduta. Le dita ne coprivano il titolo ma lasciavano scoperto l'autore: Pascal.
La sfera era perfetta. O perlomeno così credeva lui (credeva nella possibilità della perfezione, pover'uomo). Per raggiungere gli scaffali ci si aiutava con delle scale speciali, che seguivano la forma sferica della biblioteca. Al vertice esatto, sopra la sua testa, c'era un libro che nessuno poteva leggere perché le scale non arrivavano fin lì. Alcuni dicevano fosse un'antichissima copia della Bibbia, con libri e vangeli apocrifi mai letti da nessuno se non da quelli che li purgarono. Altri pensavano ci fosse il Necronomicon, il famoso libro inventato da Lovecraft nei suoi racconti. Altri ancora erano convinti che il libro fosse fasullo, uno specchietto per le allodole per attirare i turisti. Ma solo alcuni turisti, i più babbei. Dopotutto la gente con un minimo di cervello non poteva credere che nessuno fosse mai andato fin lassù a leggerlo solo per colpa di alcune scale troppo corte. L'altezza della sfera, d'accordo, era di quasi cento metri, ma sarebbe bastato introdurre i pezzi di un normale ponteggio per arrivarci. Sicuramente si trattava di una trovata commerciale, non c'era altra spiegazione.




12月13日

La mia storia


Un pezzo
di carta
che brucia
a 451 gradi
fahrenheit
ma che
nessuno
sente il dovere
di imparare
a memoria.


12月6日

Poco prima di volare via


Ci conoscemmo tra la gente che vive di altra gente,
tra volti e respiri e mani inerti,
tra occhi penetranti e freddi di venditori pazienti.
Ci rincontrammo ancora
per pochi secondi,
per il tempo di uno sbadato
ciao come stai
e ricordo i suoi occhi
e ricordo i miei occhi
mentire ingenuamente.
Ci desiderammo dove la gente
è abituata a divertirsi,
e fu lei ad avvicinarsi,
e a parlarmi,
dipingendosi timidi sorrisi
sul viso.
Ci sfiorammo poco prima dell'alba
coi corpi e con la mente
ma non con il cuore:
il suo era troppo pesante,
e rimase fermo dov'era.
Me lo raccontò,
e poi
insieme alla notte
volò via.

12月1日

Una notte, un flamenco.


Il ragazzo le prese la mano (ce l'aveva ancora davanti agli occhi: semplice e delicata, senza smalto, con quell'anello enorme che raffigurava un piccolo cinese al dito anulare) e gliela strinse, senza dire nulla. Poi si avvicinò a lei, voleva sentire di nuovo il calore del suo corpo. Lei non si muoveva, ma non stava dormendo. Aspettava. Lo lasciava fare. Lasciava che la toccasse, che esplorasse goffamente il suo corpo con le sue esili dita e che la facesse sentire desiderata più di ogni cosa al mondo. Sorrideva, ma non era un sorriso di piacere, e lui non se ne rese conto. Non si rese conto di nulla, quella notte. C'erano solo lui e lei, lei e lui, e le coperte erano il sipario di uno spettacolo rappresentato solo per loro, uno spettacolo dove erano attori e pubblico al tempo stesso.

Avevano fatto l'amore, semplicemente. Una volta sola. Ma lo avevano fatto come se fossero insieme da una vita, come se conoscessero i propri corpi a memoria. E forse fu proprio questo a peggiorare le cose: la tremenda naturalità di tutto ciò che accadde. Sì, fu questo che lo travolse definitivamente, e che sembrò (sembrò davvero, ogni singolo istante) travolgere anche lei.

Chissà in cosa sperava quel ragazzo. Chissà cosa sognava. Non era il tipo che andava alla ricerca dell'amore, ma ogni volta che, sempre per caso, s'imbatteva in esso, lo viveva con tutta l'anima. E quella volta fu lo stesso. Ma non ha senso raccontare nei dettagli ciò che accadde, è una storia uguale a milioni di altre. Tutte le storie del mondo sono già state narrate e quelle che stiamo vivendo ora sono solo banali copie di copie, perciò è sufficiente dire solo questo: fu una fiamma che si accese e si spense in pochi giorni, in poche notti. Forse in una sola. Lui però preferisce ricordarla come un ballo, un rapido e sensuale ballo. Un caldo flamenco andaluso che lo ubriacò e lo lasciò lì, solo ed esausto, ad aspettare un secondo passo che non arrivò mai.

Di lei ricordava molti particolari, ma non il viso. Per rivederla di nuovo doveva andare a guardare le (poche) foto che era riuscito a trovare. Immagini nelle quali il suo viso si vedeva di lato, talvolta con una smorfia, oppure seminascosto da un braccio sollevato. In altre invece era sfumato, esattamente come nei suoi ricordi. Ma non importava che le foto fossero imperfette. Per lui erano i particolari a essere fondamentali, e l'anello col bimbo cinese era solo uno di essi. Ricordava il suo modo di camminare, deciso e fermo. Ricordava che non sapeva suonare la chitarra ma che gli piaceva ascoltarne il suono. E ricordava il suo sorriso. Il sorriso di una ragazzina che, suo malgrado, ha già visto e provato tutto ciò che la vita può offrire.

"Sei fortunato, tu" gli disse quella notte, forse proprio quando lui provò ad accostarsi a lei. "Perché?" rispose, senza smettere di baciarle il collo. "Perché sei ancora giovane". Sul momento neanche ci fece caso, pensò che volesse fare una battuta, ma dopo, quando si rese conto che lei lo aveva ormai cancellato dalla sua vita senza più essersi fatta viva una sola volta, senza rispondere mai al cellulare, senza neanche inventarsi una scusa per evitare di rivederlo, capì tutto. Capì anche troppo. Capì di essere stato banalmente preso e buttato via, provato e scartato; di essere stato un numero fra tanti e non una persona. Era una sensazione che non aveva mai provato. Mai. Ci sono alcuni che passano la propria esistenza alla ricerca di incontri simili: senza pensieri, senza preoccupazioni, senza niente. Sono la maggior parte, a dire il vero, e probabilmente era lui la mela marcia del cesto, non gli altri.

Da quella unica e indimenticabile notte non la rivide mai più. Attese inutilmente giorni e giorni, accendendo il cellulare ogni mattina sperando di trovare un suo messaggio, senza rendersi conto che lei aveva già trovato e lasciato chissà quante altre persone come lui. Se avesse saputo che lei era ciò che poi, in effetti, si dimostrò essere, forse non sarebbe neanche uscito di casa quella sera. E invece non solo era uscito, ma le aveva anche chiesto il numero senza pensarci due volte, una cosa che non aveva quasi mai avuto il coraggio di fare con nessun'altra. Ripensandoci, iniziò a credere che forse il destino esiste davvero.

Si disse che probabilmente non la rivide più anche per colpa del suo troppo orgoglio. Dopo quella notte le inviò un solo messaggio e la contattò una sola volta via internet, poi aspettò che fosse lei a farsi viva, se voleva rivederlo. Ma non successe nulla. Preferì non assillarla come fanno in molti, magari ottenendo alla fine qualcosa (foss'anche solo essere mandati a quel paese). Preferì andarsene così come era arrivato. In silenzio.

"Non ti rivedrò mai più, lo so già, ma non m'importa. Ciò che conta adesso è che tu sei qui, con me, e voglio godermi questo momento finché dura" gli disse quella notte, con ancora il sapore di lei sulle labbra. Subito dopo aver fatto l'amore lei gli aveva chiesto di parlarle in italiano, e lui buttò via la sua unica occasione per dirle quelle parole assurde, quasi uno scongiuro, non sapendo che invece stava leggendo il proprio futuro.



11月25日

Lo mismo que te quiero te quisiera

 
No me mueve el Amor para quererte,
ni la fuerza de sus flechas tan graves,
ni me mueve lo que para los aves
es vida, sueño, y en fin la muerte.
 
Tú me mueves, amor; muéveme el verte
dormida, despierta, mirando las naves;
muéveme ver tus dedos tan suaves;
muévenme tu sonrisa y tu suerte.
 
Muéveme, en fin, tu amor, y en tal manera,
que aunque me engañaras, yo te amara,
y aunque te murieras, para ti viviera.
 
No tienes que me dar porque te quiera,
pues aunque cuanto espero no esperara
lo mismo que te quiero te quisiera. 
 
 
 
Rielaborazione del sonetto "A Cristo crucificado" di Francisco de la Torre
11月24日

Ferim, Reth e il tempo

Ferim: Sono ossessionato dal tempo.
Reth: Spiegati meglio.
Ferim: Credo che il tempo sia l'unico grande enigma dell'universo, quello che non riusciremo mai a capire perché ci viviamo dentro.
Reth: Uhm... Ma perché enigma? Cosa c'è da capire?
Ferim: Tutto, maestro. La successione degli anni, dei mesi, dei giorni. Il calare e levarsi del sole. Il vivere.
Reth: Dimmi una cosa: credi in Dio?
Ferim: No, maestro, per quanti sforzi faccia non riesco a credere in qualcosa di eterno e perfetto.
Reth: Bene, vai avanti.
Ferim: Dico enigma perché cosa ne sappiamo noi del tempo? Cos'è? Noi viviamo e muoriamo e tutto ci sembra trascorrere in un secondo. Nasciamo e siamo già vecchi. Passiamo una notte con la persona che amiamo e pensiamo: "Ora tu sei qui con me e non importa nient'altro", e poi in un battito di ciglia è tutto finito.
Reth: Capisco. Ti faccio un'altra domanda: sei felice?
Ferim: Non credo nella felicità. Credo nella tranquillità mentale, nella sicurezza in sé stessi, nella volontà di vivere; ma non credo nella felicità costante. Forse in qualche sprazzo...
Reth: Ed è così. Ma tu non hai nulla di ciò che hai descritto, vero?
Ferim: No, maestro.
Reth: Bene, vai avanti.
Ferim: Tante notti ho sognato di vivere per sempre, maestro Reth. E tante notti ho pianto svegliandomi ancora mortale. Però crescendo ho capito che la morte è una benedizione, perché ci libera dal "perpetuo presente" del tempo.
Reth: Perpetuo presente?
Ferim: Sì, maestro. Noi viviamo solo nel presente. Il passato e il futuro sono solo sensazioni, invenzioni. Vaghi ricordi e speranze. Il giovane ha ambizioni nel futuro, il vecchio vive del suo passato. Per questo io penso che tutti dovrebbero vivere la propria vita preparando i propri ricordi per la vecchiaia. Talvolta vorrei essere un animale, incosciente di essere vivo né di dover morire.
Reth: Assolutamente vero.
Ferim: Spesso si dice che il passato e il futuro siano imperscrutabili. E' vero, ma lo sono perché i nostri ricordi sono solo interpretazioni, e non abbiamo la capacità di prevedere ciò che accadrà.
Reth: E il presente?
Ferim: Il presente è il vero enigma. Più il tempo si avvicina a noi, più è ADESSO e meno possiamo capirlo. Perché non lo possiamo studiare, vedere, analizzare. Perché è la vita. Il mistero della vita è in quell'attimo che quando lo nomini è già sparito.
Reth: Capisco.
Ferim: Solo questo? Capite e non avete niente da dirmi?
Reth: Hai già detto tutto.
Ferim: Ma la mia testa è piena di domande e...
Reth: Credi si possano risolvere? Credi che io sappia quello che ti tormenta?
Ferim: Ma, io...
Reth: Tutti abbiamo sofferto quello che stai passando tu. Sono vecchio, e ho sprecato la mia gioventù. Ho perso occasioni per essere felice, credendo di avere tempo. Era ieri che correvo, e oggi sono paralizzato. Era ieri che amavo, e oggi non posso che guardare. I miei ricordi sono inutili, vorrei distruggerli, ma non posso. Sono come un corvo che, quando lo interrogo, mi dice sempre la stessa, terrificante, parola: "Mai più". E ciò che non capisco è perché continuo a chiedergli di raccontarmi la mia banale storia.
Ferim: Forse perché il destino dell'uomo è nella morte.
Reth: Forse. Ma la sorte di alcuni è ancor peggiore: sentire il bisogno di autodistruggersi.
11月17日

Ayer


Derramaban viento

nada
más abrirse
tus labios, ayer.

Un gesto inocente
en su primera vez
me condenó
.
¿
Por qué
no me traicionaste
cuando podí
as?
Te ruego, niña,
déjame que olvide
aquellos raros d
ías.
Déjame que me vaya
y que no vuelva
jamas.
No puedo más
esperar un d
ía
que nunca llegar
á.

Derramaban viento
nada
más abrirse
tus labios, ayer.


Essere sé stessi

Cosa poteva fare di più, oltre essere sé stesso? Capire cosa significasse "essere sé stesso", ecco cosa.
Troppe volte, durante la sua breve vita (aveva solo l'età di raccordo tra la vecchiaia e la giovinezza), si era sentito dire: "Per stare bene nella vita devi essere semplicemente te stesso". E ogni volta che ascoltava queste parole rimaneva perplesso. "Sì, avete ragione" pensava, "ma voi sapete cosa significa, in fondo, essere sé stessi? Voi vi conoscete? Sapete cosa siete?". Domande che rimasero per sempre irrisolte, ma che trivellarono il suo cervello in profondità durante quegli strani giorni di fine innocenza.
Il suo problema principale era il non essere mai completamente a suo agio se non da solo. Solo quando si trovava nella sua stanza (o nell'ascensore, o in qualsiasi altro posto senza due occhi piantati addosso), era davvero sé stesso. E, cosa ben più importante, solo in quelle situazioni non arrossiva. Esattamente: lui trascorreva buona parte delle sue giornate ad arrossire. Spesso era addirittura sufficiente guardarsi allo specchio o pensare a qualche situazione imbarazzante per diventare color peperone. Il suo livello di timidezza era, in tutti i sensi, patologico. Patologico perché non era una timidezza "sana", che alla fine, superato lo scoglio iniziale, porta allo scoperto la proverbiale forza d'animo dei timidi. Era, al contrario, una timidezza che non conduceva a nulla. O meglio, portava con sé altra timidezza (come in una voragine che si scava man mano che uno ci cade dentro), che derivava dal fatto di sapere di non avere niente da offrire al prossimo. Né simpatia, né brillantezza, né intelligenza, né sensibilità. Un circolo vizioso dipinto di rosso.
Eppure non era stato sempre così. Lui ricordava, ne era certo, di essere stato un ragazzo "normale", molto tempo addietro. Scrivo "normale" fra virgolette perché non mi piace utilizzare il concetto di normalità, è una consuetudine cui la società ci ha abituati (ma si sa, anche se errate, tali consuetudini ci fanno comprendere meglio la vita; o parte di essa, che poi è lo stesso). Ricordava, ad esempio, di avere qualcosa di esplosivo dentro di sé, qualcosa di latente, di addormentato, che aspettava solo il momento giusto per essere tirato fuori. Ricordava anche di avere sempre qualcosa da dire. Ecco, questo era un altro problema (che lo mise in difficoltà soprattutto con le poche ragazze che conobbe): faticava tantissimo a trovare argomenti di conversazione. E più si sforzava nel cercarne uno, più il silenzio regnava sovrano, e più si imbarazzava. E il ciclo si chiudeva (per riaprirsi subito dopo). Si era persino sentito dire di essere un po' "pesante". Pesante. Quella era stata la fatidica goccia che lo aveva spinto a riflettere sul proprio carattere improvvisamente mutato, a cercare di tornare indietro con la memoria e capire come potesse essere passato da un'allegra spensieratezza a una grigia e seriosa aria "pesante". Per quanti sforzi facesse, però, non riuscì mai a ricordare il momento esatto in cui tutto cambiò (o forse lo ricordò ma non volle accettarlo). Arrivò solo alla conclusione che sì, nulla era più come prima. Era ormai terribilmente, per usare un'espressione letteraria, poco "sprezzante", ossia per niente disinvolto. Disinvoltura, pensava sempre, doveva per forza essere sinonimo di "essere sé stessi". Ebbene, avrebbe dato un occhio della testa per essere, anche solo un secondo della sua vita, davvero disinvolto.
Forse è vero che, come disse Shakespeare, noi nella vita recitiamo sempre, ma c'è chi sa farlo e inganna il pubblico ricevendone alla fine gli applausi, e chi invece riceve solo pomodori marci in faccia ed esce dalla porta di servizio.




10月26日

Adesso

Adesso è il momento
di non muoversi,
di stare fermi,
di non parlare.
Adesso.
Pensavi
fosse sempre il momento
di dire qualcosa,
di fingersi allegri,
di far ridere.
Ma non ora.
Non ora.
Adesso è il momento
di lasciarsi portare,
di continuare ad andare,
di sperare di poter imitare.
Cambiano i luoghi,
cambiano le persone,
ma tutto rimane uguale.

E' sempre
adesso.

Fine.
10月17日

Penultimo capitolo di un libro mai scritto

Il rumore della neve sotto i suoi piedi gli ricordava casa. Era lo stesso rumore che producevano le suole malandate e vecchie di sua nonna quando, oramai più vicina alla morte che alla vita, si alzava lenta dalla sedia e andava a rigirare col mestolo di legno il paiolo sopra il fuoco. Muoveva la zuppa con quel piccolo attrezzo del quale lui ricorda solo la vaga forma a virgola e che in seguito, quasi all'età di sua nonna e non senza malinconia negli occhi, ricercò sugli scaffali di tutti i negozi di chincaglierie nei quali s'imbattè lungo i suoi viaggi nelle città a sud dell'Altopiano Tresor. Non lo trovò mai.
Un rumore alla sua sinistra gli fece alzare gli occhi da terra. Fu costretto per un attimo a guardare avanti a sé, a distogliere lo sguardo dal terreno gelato. Scivolò e, se non si fosse fatto forza sul bastone, sarebbe caduto a terra, congelandosi all'istante. Lo sapeva, sapeva che non doveva mai smettere di fissare il bianco della neve e le sue mille insidie.
Udì nuovamente quel rumore. Era il vento? Erano gli stresch? O... No. Non voleva neanche pensarci. Avrebbe preferito trovarsi di fronte una di quelle bestie purulente piuttosto che dover fuggire (dove?) da un grest.
I grest. L'ultimo a vederli fu Bosker, il suo migliore amico d'infanzia. Li incontrò mentre tornava da una giornata di pesca nel fiume poco fuori dal loro paese natale, Selidom. Al suo ritorno nessuno, all'inizio, riuscì a riconoscerlo. L'amico fece solo in tempo a stringergli la mano e a dirgli che quel lontano giorno di pioggia aveva davvero fatto l'amore con la sua ex-ragazza. Fu la seconda volta nella sua lunga vita in cui pianse. L'odore delle sue viscere non venne più via.
"Qui..." riuscì a sentire, stavolta chiaramente. 'Forse un uomo' pensò, 'uno che vuole perdersi, come me'. In realtà sapeva benissimo a chi apparteneva quella voce, così come sapeva di essere venuto lì proprio per lei. Aveva attraversato tutta Amarcat solo per vivere quel momento, eppure, adesso che era finalmente giunto alla meta, tutto sembrava perdere senso.
Si mise una mano davanti agli occhi e iniziò a camminare verso la voce. Il mantello strappato, attraverso il quale si vedeva chiaramente un vecchio tatuaggio a forma di A, era teso quasi parallelamente al terreno. Il vento da Nord, dal dimenticato Nord, gli graffiava il viso seminascosto da una grossa sciarpa di ters, forse uno dei tessuti più caldi di Kir (era appartenuta a suo padre, che usava mettersela quando, insieme, andavano a caccia nei boschi di Frest).
Gli alberi della foresta lo guardavano. Sapeva che non potevano parlare e tantomento muoversi, ma quegli occhi neri come l'abisso erano peggio di una condanna a morte. Da bambino sua nonna gli raccontava le storie di quei vecchi alberi, del loro passato che oramai più nessuno ricordava. Da lei aveva appreso che, molti secoli prima, quei tronchi nodosi e quegli occhi implacabili erano stati uomini, soldati dell'esercito di Kargon che, nella battaglia di Hort dell'anno 243 A.R., erano stati fatti prigionieri e portati lì. Deportati da Dolcos e appesi ai treg come animali: alcuni, i più fortunati, erano morti subito. La storia di sua nonna s'interrompeva nel momento in cui furono portati via in catene, e di come, in qualche strano modo che lei non sapeva (o meglio, non voleva) spiegare, si fossero fusi coi treg per diventare gli alberi della Foresta di Ukbar. La verità la venne a sapere anni dopo, quando si trovò a combattere per quello stesso esercito, per la Silente Kargon.
Distolse lo sguardo dai terg e cercò di guardare avanti. Un passo dopo l'altro, contro il vento, contro quegli occhi, contro le lame di freddo del Nord. Contro sé stesso.
La voce di suo padre l'aspettava.






Detto e ridetto (a me stesso)

Una frase basta e avanza: CHI NASCE TONDO NON PUO' MORIRE QUADRATO. E si sa, il suo destino è uno solo: disobbedire a una certa parte di sé che vorrebbe fuggire dal suo corpo-gabbia... Desiderio, purtroppo, utopico! Continuare così ha un suo senso, ma non lo comprendo. Forse, se lo capissi, potrei vederla diversamente, ma ora ciò che mi suggerisce il cervello (quale parte di esso?) è una cosa sola: sei così, che vuoi farci? Innaturale, inaspettato, a volte deludente.
10月11日

Il medioevo ad Alcalà

Caratteristica principale del medioevo e delle sue feste, ossia della cultura popolare medievale, è l'esagerazione. Il tutto e il contrario di tutto. Imprecazioni e risa nello stesso momento. Abbuffate di cibo contro lo spettro della carestia e delle guerre. Spettacoli dove il corpo è artista e spettatore al tempo stesso. In una parola: Vita.
La Semana Cervantina, ad Alcalà, è un tuffo in quel periodo storico, condito dalla presenza di Don Chisciotte e Sancho Panza che vagano per le strade della città e si guardano intorno con l'occhio perso, melanconico. Girano fermandosi ogni tanto a bere un bicchiere, a fare due chiacchiere con la gente, a vivere ogni giorno una mini avventura che non sfigurerebbe nel romanzo che li ha generati.
Nella piazza principale, davanti all'università, nelle viuzze, sono spuntati dei negozi, ma sarebbe meglio dire "tiendas". Bazar che vendono prodotti tipici spagnoli e, ovviamente, con una patina d'antico: cibo, calzature, cinte, manufatti, collane... E poi lana venduta tanto al chilo, tessuti, pane fatto sul momento e venduto, carne arrostita in enormi barbecue... Tutto ciò che sarebbe lecito aspettarsi in una grande fiera medievale, appunto.
Ma tutto questo sarebbe noioso se non ci fossero, oltre ai due personaggi cervantini, tanti artisti di strada: giocolieri, mangiatori di fuoco, attori che impersonano spadaccini e cavalieri, domatori di falchi, spettacoli teatrali e di burattini...
Ciò che ho visto ho tentato di descriverlo, ma non posso descrivere l'atmosfera. Bisogna esserci. Spero di rendere maggiormente l'idea con le solite poche foto che questo blog mi permette di caricare.
Hasta luego!!



10月5日

Il cielo e i nidi

Ieri il vento gelido della Galizia ha bussato alle porte di Alcalà. Chi vive qua se l'aspettava, ma tutti gli altri, e soprattutto gli studenti erasmus, sono rimasti sorpresi.
Non fa sconti il freddo, qui.
Eppure, se non fosse per i maglioni, le giacche pesanti, i dolcevita, diresti che qui tutto è sempre identico a sé stesso.
Il cielo, per esempio.
Prima di venire qui avevo letto da qualche parte (forse nei ricordi di qualcun altro) che il cielo di Madrid è di un azzurro incomparabile. Che stupidaggine. Il cielo è il cielo. Può essere nuvoloso, limpido, rosa crepuscolare... Ma rimane cielo. E invece, come ultimamente mi capita forse un po' troppo spesso, mi sbagliavo. L'azzurro è davvero diverso. Ti rimane impresso nella memoria. Non ha sbavature. E' quasi sempre immacolato, tirato a lucido. Raramente si vedono lembi di cirri dispersi a graffiarne la perfetta superficie.
E poi i nidi.
Aggrappati ai tetti spigolosi degli ex-conventi, stagliati contro quell'acciaio fatto di aria, quegli ammassi di legno sembrano essere lì da sempre. Pensi siano fragili, leggeri, ma dopo ti accorgi che neanche il vento secco che ti frusta la faccia ogni mattina riesce a smuoverli. L'azzurro del cielo ne risalta i bordi, mostra tutte le minime variazioni provocate dai diversi rametti di legno che le cicogne portano qui da chissà dove. Da chissà quando.
Quei nidi, appoggiati stancamente a campanili di ex-conventi, sembrano far parte dello stesso edificio. Il loro colore, col tempo, è diventato quello del marmo brunastro che domina Alcalà.
A volte, guardando in alto, mi piace pensare che sono gli edifici ad aver assunto il colore dei nidi, e non viceversa.

10月1日

Triste essere vivo


Dall'alto di questa collina
il fiume sembra nascere
dalla luna.
Le sue rive lo baciano
e si bagnano d'argento.

Nulla è cambiato.
Così ieri
era la terra,
così era la luna,
così il fiume
e le sue rive.

Ma triste essere terra,
triste essere luna,
triste essere fiume
e rive d'argento,
questa notte.


Triste essere
ancora vivo,
e stare qui
a contare
poche sillabe,
a sognarti sognare.
 
 
Perdonami, fratello.
Vorrei danzare con te
sotto la luna cadente.
Vorrei tornare anch'io
un giorno 
nei vaghi ricordi d'un vecchio.



9月28日

Ringraziarti voglio

Ringraziarti
voglio
per quelle mani
imperfette,
e per i loro gesti
che sembrano
senza vita,
e senza calore.

Ringraziarti
voglio
per aver atteso
qualche momento
prima guardare
in basso,
alimentando così
le mie ingenue
fantasie.
 
 
Ringraziarti
voglio
per aver scelto
il mio stesso
quando,
il mio stesso
dove, 
e forse anche
il mio stesso
perché.


Ringraziarti
voglio
perché ancora
non mi conosci.

Nuovo, nuovi

L'uomo è un animale sociale. Per conoscere sé stesso deve prima capire cosa "non è", e per farlo ha bisogno di stare a contatto cogli altri. Di confrontarsi. Ecco, in questi ultimi giorni è proprio quello che sto facendo: vivo sempre a contatto con persone differenti, di altre culture, e oltre ad arricchirmi mi conosco un po' meglio.
Primo: ho cambiato casa. Mi sono trasferito in un appartamento molto vicino al centro, meno caro e con altri studenti. Sei, per la precisione: due lettoni, due turchi, una brasiliana e io. La casa non è grandissima, ma la mia stanza è carina e ha pure il balcone! Certo, ci sono solo due bagni, ma se non altro non ci si annoia mai: chi parla da una parte, chi invita altri amici, chi suona la chitarra... Insomma il classico appartamento erasmus!
Secondo: i corsi continuano a dovere. Sto iniziando a vedere i testi sui quali bisogna studiare, anche se ho visto che qui le cose sono piuttosto differenti rispetto all'Italia. Per esempio qui il prof ti da una bibliografia e tu puoi scegliere di studiare sui libri che ti sembrano più adeguati (oltre ovviamente a dover prendere appunti a lezione); i corsi sono quasi sempre mezzi vuoi (massimo 10-12 persone); il rapporto molto più amichevole, sia coi studenti che coi professori.
Terzo: le uscite. Ho conosciuto moltissima gente, e credo di aver già stretto alcune amicizie che spero si rivelino durature. Con loro esco la sera e vado in giro per i (pochi) locali di Alcalà che, pur essendo molto carina, mi va già un po' stretta. I posti dove andare si contano sulle dita di una mano, e prima o poi credo che andrò a fare un giro a Madrid il fine settimana.
Quarto: i doveri. Ah, necessari, ma noiosi. Lavatrice, spesa, stirare (!), cucinare, pulire... Ancora devo farci l'abitudine... Ma ce la farò! Solo che, non ero abituato ad avere tutti questi pensieri... Devo ancora fare la prima lavatrice...
Ok, basta. Adesso vado a prendere i panni sporchi e ci do dentro. Se volete, guardatevi un po' di foto della casa. Alla prossima.
Hasta luego!!