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July 25 L'uomo che fissava il mare/1 Quell'uomo mi guardò, tanto tempo fa. Era a due passi dalla scogliera che vedi da qui. Quella scogliera laggiù, vicino all'erba che incontra l'asfalto. Era in piedi e guardava il mare, e i suoi occhi non c'erano, le sue mani non c'erano, le sua gambe non c'erano. Lui era mare, e terra, e acqua al tempo stesso. Era la memoria dell'oceano e delle sue onde, e i suoi pensieri erano le navi filanti. Immobile scolpito dal vento, avvolto da una giacca a vento frusta come il suo vecchio cuore, ogni tanto batteva le ciglia. Piangeva. Pianse, a dire il vero, per tutto il tempo in cui io rimasi lì a guardarlo e a parlargli. Stavo tornando da casa di mia figlia vicino Santa Marinella, quella notte. Ero al volante della mia Seicento del '99, ed ero stanco. Mia figlia mi aveva appena detto di voler abortire, che quel piccolo essere non poteva e non doveva nascere. Io le dissi, come facevo da giorni, ormai, che anche se malato l'avremmo potuto amare comunque. Che l'avrei aiutata ad amarlo. Ma lei non voleva ascoltarmi. Mi disse che sua madre l'avrebbe capita se fosse stata ancora in vita, che non avrebbe insistito quanto me. Ma io conoscevo Paola meglio di lei, anche se non ebbi il coraggio di dirglielo. Così me ne andai, buttando all'aria un altro giorno, e gettando un'altra palata di terra su mio nipote. Pensavo a questo quando lo vidi. Mi colpì subito: seppure vestito con dei normalissimi jeans e una felpa, sembrava uscito da un altro tempo, da un'altra epoca. I fari delle auto mi accecavano, e non riuscivo a vederlo bene in volto. Forse, ma solo forse, ebbi un motivo logico per fermarmi. Lo dico adesso per trovare una scusa per il fatto di essermi fermato e di essere sceso dall'auto. E di averlo guardato negli occhi. Sì, deve essere così: mi fermai perché pensai che si volesse gettare nel vuoto. Lo volevo salvare, non sapendo che invece sarebbe stato lui a salvare me. Accostai nella piazzetta alle sue spalle, spensi il motore e scesi. Intorno a me la notte mi accolse con l'odore della salsedine e dei gas di scarico. Dietro a me le villette di Santa Marinella, la strada asfaltata di fresco e i lampioni. Davanti, il mare e quell'uomo. Scuro nel volto spruzzato di barba grigia, guardava davanti a sé come se non ci fosse nulla tranne i suoi pensieri. "Salve" esordii, ma lui non si mosse. "Salve" ripetei, alzando un po' la voce. Lui si girò di scatto e mi fissò. Non mosse le spalle, né le mani o il busto. Solo il collo e... quegli occhi neri come la notte, luccicanti di lacrime come stelle. "Cosa vuole?" mi chiese. "Io... è pericoloso stare..." balbettai. Non mi ero mai fatto intimidire da uno sguardo, neanche una volta. "Mi lasci stare" disse e tornò di scatto a guardare il mare. E io rimasi in silenzio. July 17 Le biblioteche L'informazione, se spogliata dei suoi supporti di varia natura, si rivela per quello che è: variazione. Variazione dello stato delle cose. Un quadro, un libro, una voce che parla, ma anche una canzone, un film, sono variazioni, modificazioni della realtà che ci circonda. E che trasmettono elementi che possono più o meno (in base allo spettro in cui si applica la scelta) interessarci, arricchirci, in una sola parola informarci. E' molto più utile e interessante conoscere, ad esempio, quale sarà il numero estratto tra 90 piuttosto che fra 2 (e infatti vediamo come i giochi d'azzardo si basino proprio su questo, sulla probabilità, strettamente legata al concetto di informazione). La nostra società E' la società dell'informazione, non più dei beni materiali. Noi viviamo di informazione: internet, per esempio, è informazione allo stato puro, digitalizzata, ridotta a 0 e 1 e trasmessa elettronicamente. Chi non ha un pc? Chi non naviga su internet per conoscere e farsi conoscere? E' il nostro destino, ma non è tutto rose e fiori. Esiste un pericolo troppo spesso sottovalutato: la cosiddetta information overload, ossia l'insieme di informazioni in sovrappiù, innecessarie. Tutto quello che si trova nel Web, uno dei tanti aspetti di Internet, è davvero meritevole della nostra attenzione? O non è forse per la stragrande maggioranza un grande insieme di informazione spuria, ripetitiva e inutile? Internet, in ultima analisi, è di grande aiuto, ma bisogna saperlo usare, non bersi tutto ciò che ci troviamo dentro (seppure ben confezionato e all'apparenza ineccepibile). Per non rischiare serve una sana e solida preparazione previa, "metainformarsi" (informarsi su come informarsi, in sostanza), poiché in caso contrario gli effetti possono essere devastanti. Non solo per via della logica confusione che la massa di informazioni non indicizzata e coordinata può generare, ma perché finiremmo per non avere più un'idea nostra, un'identità. Come ovviare a tutto questo? Io propongo di ritornare, ogni tanto, giusto per non dimenticare, nelle biblioteche. Magari non solo quando si deve preparare una tesi universitaria o un esame, ma proprio per passare una giornata avvolti dall'informazione curata, ben organizzata e altrettanto ben accessibile. Andare là invece che al centro commerciale, che ormai va così tanto di moda. Vuoi per abitudine, vuoi per mancanza di soldi, capita sempre più spesso di sentire famiglie dire: "Oggi andiamo a passare una giornata al centro commerciale". Come se fosse Villa Borghese, un museo o un luna park. Ormai luogo religioso, di culto, dove compiere il rito primario dell'adepto consumatore (ossia dell'odierno essere umano occidentale), il centro commerciale è pieno di gente che ciondola lungo asettici corridoi e guarda, guarda, guarda. E alla fine compra. Si siede sulle panchine come al parco, fa giocare i bambini e riposare gli anziani, e nel frattempo compra. Non so perché, ma quella gente che si diverte così mi ricorda tanto i film sui zombie, così caracollanti e senza cervello. Sostituire quelle giornate, dicevo, con delle passeggiate in biblioteca. Tanto per ricordarsi che esistono ancora dei posti dove l'informazione non ha la smania di correrci incontro, ma dove siamo noi a doverla andare a cercare, a dovercela guadagnare. Dove chissà perché, quando ci aggiriamo per gli scaffali e i corridoi, non ciondoliamo. E non siamo schiacciati come in internet da una sfilza di informazioni inutili e ripetitive. Le biblioteche, dopotutto, non sono altro che il luogo dove vige ancora la meritocrazia dell'informazione. July 05 L'arte di essere soliL'uomo, inteso nella sua accezione di "essere umano dotato di intelligenza", produce talvolta opere artistiche. Siano esse veicolate attraverso le lettere, la pittura, la musica, o qualsivoglia altro canale semantico, esprimono una determinata e univoca visione del mondo. Una personale metafora del reale, dunque, da non confondere col simbolo. Da linguista quale sono non posso non evidenziare che le stesse lingue sono metafore del reale, ma ovviamente non creazioni artistiche. Sono entità sovrastrutturate che una determinata società condivide e usa per comunicare. Le lingue assegnano un nome a un concetto (e non a un oggetto, come si pensa spesso) generando così una metafora di ciò che ci circonda. Cos'altro è una metafora se non un modo diverso di nominare un oggetto? "I tuoi denti sono perle, le tue labbra rose", troviamo scritto nelle poesie stilnoviste. Le lingue traducono dunque la realtà in parole. Imparare a parlare, in fin dei conti, significa imparare a tradurre. Ma torniamo a noi. L'uomo, come dicevo, talvolta crea opere artistiche. Lo fa perché poeta o perché profeta? In altre parole: la sua è un'ispirazione che viene da dentro, secondo certi meccanismi chimici inspiegabili se non con una grande e astratta sensibilità, oppure lo fa perché riceve un'illuminazione dall'alto (da Dio, da Allah, e via discorrendo)? Poco importa, a dire il vero. Ciò che conta è il momento dell'esteriorizzazione, della creazione. L'attimo in cui colui che produce, l'individuo, si fonde col collettivo, ne diventa megafono. Quell'istante imperscrutabile nel quale, dopo aver ricevuto una serie di input, di esperienze eterogenee, produce un output, una sua creazione. Ora fermiamoci un attimo e poniamoci una domanda. Quell'oggetto, che, ripeto, può essere un libro, un quadro, un pezzo musicale o qualsiasi altra manifestazione semiotica, è suo o è di tutti? Appartiene a lui, e allora è giusto creare leggi quali il copyright che tutelano i diritti d'autore, la proprietà intellettuale, oppure no? Apparentemente, ciò che nasce da me è mio. Ma ciò che nasce da me non verrebbe alla luce senza l'apporto continuo della società tutta. Che poi io mi scagli contro di essa o ne segua le orme non fa differenza. Ne sono, per certi versi, schiavo. Esisto perché esiste lei. Io credo, perciò, che non possa esistere la proprietà intellettuale di un'opera artistica. E non solo perché essa, a differenza di tutto ciò che l'uomo produce per vivere, ha un'utilità "mediata" (che è un altro modo per dire che essa trova la sua ragion d'essere nell'essere contemplata e nella stimolazione estetica che induce), ma soprattutto perché interviene un grande fattore a smentirne la supposta esistenza: il tempo. Opere grandiose come la Divina Commedia o l'Orlando Furioso sono solo esempi di oggetti artistici cui il tempo ne ha svelato la vera identità: riformulazioni della realtà attraverso il filtro individuale. I capolavori artistici, ora, appartengono a tutti. E' vero, bisogna ammetterlo, che la proprietà individuale era ben diversa secoli fa. Drammi come quelli di Shakespeare o di Lope De Vega, per fare un esempio tipico, erano un ricettacolo continuo di aggiunte, di rifacimenti, di riscritture. C'era semplicemente un'altro modo di intendere la proprietà. Poi col tempo le cose sono cambiate e, per certi versi positivamente, s'è ritenuto giusto svincolare dalla schiavitù della corte e del mecenatismo quegli artisti e quegli intellettuali che dovevano produrre per poter mangiare, dandogli così la possibilità di vivere grazie alle loro opere. Io non dico che questo sia sbagliato, attenzione, dico semplicemente che considerare un'opera come un qualcosa che appartiene solo a chi l'ha prodotta, distorce i fatti. Prendiamo ad esempio il Buddhismo, dove ciò non viene neanche contemplato. Ho iniziato questo post parlando della creazione artistica, ma l'ho fatto solo per introdurre un discorso molto più generale e di ampio respiro: credo fermamente che il nostro mondo occidentale sia sempre maggiormente diretto verso una deriva individualista. Che novità, direte voi. Ma spesso le cose si dicono e si pensano solo per sentito dire, si ripetono senza rifletterci sopra e a poco a poco i concetti si desemantizzano e divengono mero "rito", frasi fatte e vuote. Ecco perché scriverle, dirle, pensarle, ma soprattutto rifletterle, non fa mai male. Oggi viviamo in un mondo alienante e alienato, dove l'individualismo generato da un liberalismo portato alle estreme conseguenze ha plasmato una società ossessionata dalla privacy (in questi giorni il tema è piuttosto caldo, e non solo per la temperatura estiva). Una società dove siamo capaci di parlare al telefonino o di usare il portatile vicino a centinaia di persone, isolandoci da tutto e da tutti. Dove se riceviamo una minimo spintone tra la calca ci sentiamo toccati nell'intimo. Dove il prossimo, quando non è un nemico, è un rivale. E' questo il progresso? E se si, dove ci porterà? Preferisco non rispondere, non ho la vocazione poetica né tantomeno profetica. |
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