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    July 28

    Zefiro/5

    Appoggiato al tubo di ferro dipinto di verde, fumava.
    "Quante ne hai fumate stanotte, eh? Venti? Trenta?"
    "Trentatrè, e la giornata non è ancora iniziata"
    Lo sguardo rivolto al sole che si affacciava da dietro le case ottocentesche, e le mani ormai ingiallite dalla nicotina, dipingevano il quadro di un uomo che non aveva mai saputo amare.
    "Mi stavi raccontando delle tue storie, dei tuoi problemi, e di quando... beh questo non so se è vero, di quando uccisi tuo fratello handicappato"
    "Tutto vero, e se tornassi indietro rifarei le stesse cose. 'Mai avere rimpianti', mi diceva sempre la prima ragazza che baciai. Ed ero anche piuttosto grandicello quando baciai per la prima volta"
    "Davvero? Hai iniziato tardi ad avere rapporti con l'altro sesso? A sentire tutte le tue storie non si direbbe"
    "Mi sono rifatto cogli anni"
    Era arrivato a metà sigaretta, ed il sole era sempre più vicino alle cime delle montagne. Le stelle s'erano ormai quasi tutte sciolte al cospetto d'un sole novembrino.
    "Dimmi la verità: scommetto che non hai resistito alla tentazione di raccontare la tua vita nei tuoi romanzi, vero? Non posso neanche immaginare le volte che avrai raccontato le tue storie a persone curiose come me, o magari narrate sotto forma di romanzi nei tuoi racconti e nelle tue poesie"
    "Troppe, credimi. Veramente troppe"
    "Perchè troppe? Scusa ma, non è il tuo lavoro scrivere?"
    "Si, lo è. Ma quando passi quasi tutta la tua vita a far credere alla gente che quello che stai raccontando è la vita degli altri, e quando passi intere giornate alla finestra solo per mentire a te stesso, per far credere a te stesso che stai osservando gli altri per trarne informazioni per i tuoi romanzi, mentre è solo un modo per uccidere il tempo ed evitare di guardarti dentro... beh allora ti rendi conto che non hai mai vissuto veramente"
    "Quindi tu nei tuoi romanzi hai sempre e solo descritto la tua vita? La tua esistenza raccontata mille volte sempre sotto diverse spoglie?"
    "Si"
    La sigaretta era quasi finita, ed il vecchio non attese la sua morte naturale, ma la gettò via ancora accesa giù per la scarpata. Il mozzicone lampeggiò per qualche istante tra gli alberi, e poi svanì.
    Si girò dando le spalle al sole, e si mise a contare le auto che passavano. A tutti i passeggeri che sfilavano di fronte a lui rimase impressa nella memoria il volto pallido di un vecchio.
    Solo. 
    July 16

    Zefiro/4

    Fuori c'era un cielo estraneo, che trasudava ricordi. Dentro di me il nulla assoluto, a parte l'odio per quelli che dicono che il futuro appartiene a chi conosce il presente.
    Che ricordi ho di me? Non lo so neanche io. Amici veri non ne ho mai avuti, forse solo compagni di bevute, o di uscite. Amori nemmeno, non sono capace di amare. Respingo chiunque si avvicini a me, lo faccio senza volerlo. E' come se non riuscissi a legarmi a nessuno, non per paura, ma perchè non riesco fisicamente a stabilire un legame che non sia quello che ho con me stesso, con la mia solitudine. La solitudine la si avverte quando la si teme, ed io non l'ho mai respinta.
    Ho una grande famiglia, molti parenti, ma appartengo ad una generazione di mezzo. Mia madre per avere me e mio fratello ha impiegato molti anni, non riusciva a rimanere incinta, e siamo nati quando i miei cugini erano ormai quasi adulti. Ovviamente io crescendo non avevo voglia di giocare con i loro figli, troppo piccoli per me. Sono stato da sempre intrappolato tra adulti e bambini, tra esperienza e stupore. L'unica persona che aveva la mia stessa età era mio fratello gemello, un ritardato mentale, ma lo uccisi quando avevo diciassette anni, buttandolo giù da una finestra. Non so se lo feci più perchè lo odiavo, o solo per fare un torto a mia madre.
    "Siediti qui, vicino a me, per favore" disse una voce appena udibile, un sospiro nella quiete della stanza semibuia. Non mi girai. Non accennai il minimo movimento. Volevo farla soffrire anche sul punto di morte, e non m'interessava più sapere cose volesse dire il verbo "Meritare". Ero cieco e sordo ai lamenti della pietà, ero ritto in piedi a guardare Gennaio evaporare attraverso il vetro.
    "Marco, avvicinati per favore, siediti vicino a me" ripetè, ed era come sentire un disco inceppato ripetere le stesse parole all'infinito. Non ascoltai, non volevo ascoltare. La mia coscienza era morta tanto tempo prima, insieme alla mia innocenza. Erano state abbracciate e portate via sui carri allegorici di un carnevale fuori dal tempo, senza chiedere il permesso. Per anni e anni mi sono chiesto che colore avesse la mia maschera, per anni l'ho portata e l'ho voluta con tutte le mie forze, ma neanche io sapevo che forma o colore avesse. La portavo come si porta un ciondolo donato da qualcuno a cui tieni: ce l'hai e pensi che sia indispensabile, ma in realtà serve solo a darti forza, a darti un senso di appartenenza a qualcuno o qualcosa. La mia maschera era il senso di appartenenza alla normalità.
    "Sto morendo, lo sai. Vorrei che mio figlio si sedesse vicino a me. Vorrei tanto che tu mi tenessi la mano, anche solo per pochi momenti. Ti prego, vieni qui" disse. Mi allontanai dalla finestra, e mi sedetti accanto a lei. Le presi la mano, sfiorando le sottili linee azzurrine in rilievo.
    "Grazie, grazie..." disse con un filo di voce rauca. "La tua mano, è sempre così calda... non me la ricordavo più" continuò guardandomi negli occhi, quegli occhi che non le appartenevano. L'unica cosa a non essere sua.
    "Ora sono felice..." disse chiudendo gli occhi, per l'ultima volta. La sua mano perse quel poco di vigore che aveva, e ricadde sul letto. Speravo in una "Scusa", in un "Mi dispiace", ma ebbi solo il silenzio.
    Ora era ferma ed immobile su quello stesso letto dove un tempo mi stringeva a se, accarezzandomi i capelli e facendomi sussultare il cuore. 
     
     
    July 08

    Felice (?)

    Spesso mi chiedo perchè quando sono felice mi sento a disagio.
    Non so dire perchè non riesco a vivere la felicità come chiunque, ma sempre
    costretto da un senso di colpa.
    O forse no.
    Forse non è un senso di colpa.
    E' il mio stesso corpo che la rifiuta, per qualche strana ragione.
    La deve fermare, bloccare, allontanare.
    E ciò che mi spaventa è che io l'ho sempre saputo, ma non l'ho mai voluto ammettere.
    Ho sempre ricercato la felicità in qualsiasi cosa, perfino nella noia di vivere.
    Ho sempre avuto la verità davanti agli occhi ed in fondo al cuore, e dopo tanto tempo ho capito.
    Sono felice solo quando cerco di esserlo.
    La mia felicità si nutre del proprio suicidio.
     
    Un immagine, interpretatela come volete.