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日志


6月26日

La sofferenza

La superbia intellettuale e l'avversione di ogni essere umano che abbia profondamente sofferto (la gerarchia fra gli esseri umani è quasi determinata da quanto profondamente essi possano soffrire), (...)  trova necessarie tutte le forme di travestimento per proteggersi dal contatto di mani inopportune e compassionevoli, e soprattutto da tutti coloro che non sono suoi pari nel dolore. La profonda sofferenza nobilita, separa.
 
 
Nietzsche
6月22日

Zefiro/3

I due uomini s'erano conosciuti al pub un'ora prima.
Il ragazzo non fumava, ma decise che quella era la notte giusta per cominciare. "A cosa pensi?" disse. Le sue gambe erano accavallate in maniera strana, innaturale, e stonavano con quelle bianche e magre del vecchio.
"A niente" rispose Zefiro guardando un quadro appeso alla parete di fronte a lui. L'opera gli era familiare, ma non riusciva a ricordarsi l'autore: in primo piano c'erano due imbarcazioni da pesca, mentre sullo sfondo s'intravedeva la sagoma di un enorme porto immerso nella nebbia ed illuminato da un piccolo sole. Il cerchio arancione sembrava come il direttore d'una orchestra silenziosa: tutto il dipinto era stato creato con pennellate vivide ed intense, quasi dei graffi, ma era il sole albeggiante a racchiudere l'essenza del quadro: inondava uno stretto lembo di mare, tracciando su di esso il messaggio che il pittore voleva trasmettere, un messaggio intenso ma inafferrabile.
"E' impossibile, già il fatto che pensi al nulla significa che pensi a qualcosa" rispose il ragazzo, cambiando posizione con le gambe. Gettò il mozzicone fuori dalla finestra e disse: "Guardami". Zefiro obbedì.
"Hai degli occhi stupendi lo sai? Prima, nel pub, quando ti sei avvicinato al bancone e mi hai fissato m'è venuta la pelle d'oca"
"Grazie" rispose Zefiro.
Il ragazzo stava prendendo tempo. Era da più di mezz'ora che voleva fargli una domanda, e finalmente aveva trovato il coraggio. Arrossì violentemente e disse: "Perchè mi hai parlato? Perchè abbiamo riso? Perchè mi hai portato qui, in questa stanza, senza voler fare nulla?"
"Perchè volevo sentirmi vivo" rispose Zefiro tornando a guardare il quadro.
"Vivo? E per sentirti vivo vai in giro per locali a rimorchiare le persone senza poi concludere niente? E piantala di guardare quel quadro, scommetto che neanche sai di chi è"
"Di chi è?"
"E' di Monet. Si chiama Impression, soleil levant. E' il quadro che ha dato il via al famoso movimento chiamato Impr..."
Ma Zefiro già non l'ascoltava più: "Io non ti ho rimorchiato" disse. E continuò: "Prima, nel pub, ti ho guardato a lungo. Sei un bel ragazzo, ed ho sentito il bisogno di parlarti, e di ridere con te. Ma non volevo fare altro, almeno per ora. Il rapporto che ho creato con te va al di la dell'amore, dell'amicizia, o del patetico sesso senz'anima. E' qualcosa di più, trascende il tutto. E' infinito, capisci? In poche ore mi sono legato a te indissolubilmente, per sempre"
Si fissarono a lungo, senza parlare. Dopo qualche minuto il ragazzo annuì dolcemente, una sola volta, e si voltò a guardare le stelle. Il vecchio si accostò a lui e gli cinse la vita col braccio destro, dandogli un bacio sulla nuca.
Dopo pochi minuti si addormentarono, ed erano felici.
 
 

Quando due persone si amano

Quando due persone si amano lo spazio ed il tempo non hanno più nessuna importanza.
Quando due persone si amano vivono sempre in un presente che si sono creati l'un l'altro.
Quando due persone si amano possono anche attendersi una vita intera prima di essere felici.
Quando due persone si amano non serve altro che un abbraccio ad annullare qualsiasi pensiero.
Quando due persone si amano non ci sono mai silenzi imbarazzanti.
Quando due persone si amano è facile che litighino, perche l'amore è sulla stessa moneta dell'odio.
Quando due persone si amano le incomprensioni sono all'ordine del giorno, perchè ognuno si crea dell'altro un immagine che vorrebbe fosse sempre la stessa.
Quando due persone si amano si dividono maggiormente, non si fondono.
Quando due persone si amano non esistono più i difetti, ma particolarità.
Quando due persone si amano qualsiasi argomento di discussione è al tempo stesso fondamentale e totalmente superfluo.
Quando due persone si amano è facile capirlo: vivono dei sorrisi dell'altro.
Quando due persone si amano credono di amarsi per sempre, ed è l'unico vero errore che commettono.
6月18日

Luci, rumori e... Ricordi

Il bambino ha circa 8 anni. E' paffutello ed ha le mani sporche di cremino. Se ne sta seduto con le gambe ciondoloni su una panchina bianca di plastica, vicino al un juke-box d'un grande villaggio vacanze. C'è silenzio e l'afa regna sovrana in quel lontano agosto del 1991: alle tre di pomeriggio nessuno s'azzarda neanche a mettere il naso fuori., sono tutti a riposare dopo un intensa mattinata in spiaggia, a ricaricare le batterie aspettando il pomeriggio tardi o la sera.
Il bambino sta per alzarsi e andarsene, quando ci ripensa e si fruga in tasca: 200 lire. "Ma si, mi faccio una partitella e me ne torno a casa" dice fra sè. Sta per entrare nel bar con la monetina stretta nel pugno, quando un ragazzo infila 500 lire nel juke-box, digita un numero sulla piccola tastiera, e dall'unica cassa escono subito le note della canzone che segnerà la sua infanzia, ed i suoi gusti musicali, per sempre. E' The Unforgiven, la prima canzone dei Metallica che il bambino abbia mai sentito nella sua vita. 
 
Si spengono i megaschermi, finisce la musica western, ed arrivano LORO, dopo tre anni dal concerto di Padova. E sono più in forma che mai. S'inizia con Creeping Death, la canzone che ha aperto il loro tour "Escape from Studio 2006" dalla prima tappa a questa utlima dell'Heineken. Già al primo accenno del primissimo MI distorto la gente ti viene addosso e non respiri più. Ti sembra di stare in balìa delle onde: provi a respingerne uno, due, tre, ma te ne arrivano addosso altri venti ancora più fomentati. C'è un attimo di pausa solo al coro "Die, by my hands... I creep across the land..." ma poi si ricomincia, ed è peggio di prima. Finalmente finisce e ti tocchi per assicurarti di essere intero. Centomila persone che si muovono e ti spingono contemporaneamente non è una bella sensazione, anche se ti rassegni da subito perchè sai che il concerto sarà tutto così.
La seconda canzone, come sospettavo, è Fuel, ed è qui che la folla da il peggio di sè: ad uno che non se la smetteva di venirmi addosso gli ho dato un cazzotto in faccia: toh, ha smesso di rompermi le scatole, chissà perchè? Alla fine della canzone decido di arretrare, non ce la faccio a farmi due ore di concerto in mezzo ad una rissa. Faccio qualche metro indietro, sto più lontano, ma almeno mi godo lo spettacolo senca rischiare il naso. La terza canzone non me la ricordo, ma c'è un perchè: alla fine di Fuel mi sono reso conto che qualcuno mi aveva rubato il portafoglio: ho passato dieci minuti incazzato come una iena, non tanto per i soldi, quanto per la patente che ora mi tocca rifare. La rosicata però dura poco, primo perche la musica mi fa dimenticare presto qualsiasi cosa, e poi perche ho una sete pazzesca che non mi fa pensare a molto altro. 
Mi metto insomma un po' più indietro e proprio nel pieno dell'incazzatura James annuncia che sta per suonare una nuova canzone!! Fresca fresca dal nuovo album che uscirà nel 2007. Il titolo non lo ricordo, e sinceramente come sonorità mi sembra molto simile ad una qualsiasi di Saint Anger... mah, staremo a vedere fra un annetto cosa ci riserveranno 'sti californiani. Dopo il pezzo nuovo il palco piomba nel silenzio: un faro illumina una chitarra acustica, ed io inizio a fremere. James si avvicina, ed accenna qualche pezzo improvvisato, tra i quali mi sembra di riconoscere l'intro di ...And Justice For All, ma subito la melodia cambia, e dalla chitarra esce l'arpeggio in La Minore di The Unforgiven. Non mi sembra vero: di colpo ritorno bambino, e rivedo il vecchio juke-box e tutti i miei vecchi amici delle vacanze. Mi assalgono tutti quei ricordi che avevo dimenticato non solo di poter rivivere, ma anche di possedere. Davvero, non avrei mai detto che un giorno l'avrei sentita dal vivo, anche perchè non la fanno quasi mai; mi sono emozionato come raramente mi succede, e come me molti altri che non se l'aspettavano.
Alla fine c'è una breve pausa, che viene rotta dallo scorrere sui megaschermi di una scritta che ricorda che venti anni fa uscì il terzo album dei Metallica, Master Of Puppets; ma anche che nel 1986 morì Burton, l'unico, vero, bassista dei "Four Horsemen". Scomparse le immagini, inizia l'arpeggio di Battery, ma il palco è vuoto. Comincia la distorsione, ed ecco arrivare il fumo e le luci si fanno blu scuro. Appena finito l'intro rientrano in scena i quattro e tutta l'immensa piazza viene inondanta dal riff più tagliente e cattivo della storia del Trash Metal: è una cavalcata senza tregua, e non si fanno prigionieri. Subito dopo Battery pensavi di poterti riposare, e invece no, arriva Lei, la Regina, Master Of Puppets. Ed è il delirio: la gente si accavalla una sull'altra, c'è chi viene portato in spalla, chi sulle mani, chi cade a terra nella rissa generale... una cosa mai vista. Un attimo di calma arriva nell'intermezzo, ma dura poco, ed il casino ricomincia praticamente subito. Ad un certo punto speravo quasi che finisse perchè non ce la facevo più di ricevere e dare gomitate ovunque. Quando arriva la risata diabolica di James è quasi un sollievo, ed ho il tempo per riprendermi qualche secondo. Quando inizia The Thing That Should Not Be, capisco che stanno facendo tutto l'album Master Of Puppets in ordine. Ma se è così, allora... ma non posso credere di riuscire a sentire dal vivo QUELLA canzone, strumentale oltretutto. No, no, non è possibile. Ed invece, dopo Welcome Home (Sanitarium), Disposable Heroes e Leper Messiah, arriva. Anticipata da un assolo di basso di Trujillo, arriva. E mentre seguo il riff Minore poi Maggiore e poi ancora Minore, mi esce una lacrima. E' la prima volta che mi succede di piangere sentendo una canzone, ma se penso che quella è stata scritta e suonata al funerale del grande Burton (morto nel 1986), e che non ero mai riuscito a sentirla dal vivo neanche in video perchè di solito le strumentali non le fanno, allora pensandoci bene una lacrima era anche poco. La fine purtroppo, arriva, ed arriva anche la frase di James: "May God bless you, Cliff, wherever you may be...". Subito dopo Orion irrompe Damage Inc., la canzone che chiude Master of Puppets: una cavalcata Trash senza mezze misure. Rabbia allo stato puro.
Alla fine arriva un altra pausa, ed anch'essa non dura molto, giusto il tempo di far riprendere fiato ai nostri. Ecccoli infatti rientrare sul palco e ricominciare a suonare, stavolta con Sad But True, un pezzo non male, ma non il mio preferito. Arriva poi Harvester Of Sorrow, altro pezzo che non mi entusiasma moltissimo. E poi arriva lei, la ballata melodica per eccellenza: Nothing Else Matters. Che dire, è uno spettacolo: accendini, telefonini (compreso il mio) che chiamano amori ed amici per renderli partecipi e sentirli vicini sulle note del pezzo più conosciuto dei Metallica. Niente da aggiungere, se non: "All the words I don't just say... And nothing else matters...". Di nuovo pausa, poi arrivano i familiari rumori di colpi d'arma da fuoco, accompagnati dall'esplosione di fuochi d'artificio molto spettacolari. E' One, finalmente. La prima canzone dei Metallica dalla quale è stato tratto un video per Mtv; molti la criticano negativamente, ma secondo me è una delle migliori ballate in progressione mai fatte (seconda solo a Fade to Black). Arriva poi Enter Sandman, un pezzo Metal nero come la pece, dal riff semplice ma devastante.
Il concerto pare finito, ma eccoli che rientrano di nuovo in scena: c'è tempo per un ultima canzone. Per una delle canzoni più secche e dure dei quattro: è Seek and Destroy, accolta a gran voce da tutti. Un finale più che degno per uno dei migliori concerti che abbia mai visto. L'unica nota storta, a parte il furto del portafoglio, è stata l'assenza di Fade to Black, la mia preferita; non mi riesce proprio di sentirla dal vivo.
Ma va bene lo stesso, non si può avere tutto... no?
 

Heineken Jammin' Festival 2006

Partenza alle ore 8:00 in punto. Mi sveglio riposato forte di sette ore di sonno, mi preparo ed esco. Passo a prendere Emiliano, che ancora non è convintissimo di quello che sta facendo (quanto avevi ragione!!), e Daniele, fomentato quanto e forse più di me. Si va.
Io guido, Daniele mi fa da navigatore ed Emiliano non fa una ceppa, a parte sonnecchiare. Il viaggio inizialmente scorre benissimo: fa fresco e non abbiamo incontrato un filo di coda. Ma alle 11:00 la musica camba: il sole inizia a picchiare come un fabbro e nelle vicinanze di Firenze incontriamo un paio di chilometri di traffico per un incidente. Ma non basta. Arrivati alla tangenziale di Bologna (ed è ormai l'una) la troviamo totalmente bloccata, e totalmente bollente. Morale della favola dovevamo arrivare alle 12:30 e siamo arrivati alle14:30. Ma questo sarebbe stato il minimo. Parcheggiamo nella ridente Imola (si fa per dire) e c'incamminiamo verso l'autodromo, non sapendo che ci aspettano quasi cinque chilometri a piedi. Alla fine della scarpinata e dopo ben tre controlli del biglietto, ci ritroviamo catapultati direttamente in pista, a contatto coi cordoli sporchi di pneumatici. Sfiliamo tra le innumerevoli bancarelle degli sponsor e finalmente eccolo là: il palco. La cosa che mi colpisce subito non è tanto il palco in se, che come dimensioni è piuttosto normale, quanto l'immenso spiazzale di fronte ad esso, e le simil-tribune in erba ai lati: "'Sto posto potrebbe contenere centomila persone" penso appena lo vedo (non sapendo che di lì a poco le avrei sentite tutte sulla mia schiena).
Scendiamo nello spiazzale ancora semivuoto e ci avvicianiamo al palco: sono le 15 passate e stanno ancora suonando gruppi emergenti Death Metal, praticamente uno schifo (non tanto per il genere quanto per l'esecuzione). Ci buttiamo quindi sul prato a succhiare amabilmente un bel calippo nell'attesa dei gruppi seri. Emiliano è sempre più convinto che dovremmo restarcene defilati, ma io sono una testa dura e voglio farmi tutto il concerto vicino al palco, a godermi tutti i gruppi e tutti i soldi che ho speso. E Daniele è della mia stessa opinione. Alle 16 in punto arrivano i Trivium: gruppo Trash Metal italiano vecchio stile (Slayer per intenderci). Niente male, assoli veloci e pulti, riff potenti come magli. Qualche sbavatura qua e là ed alcune incertezze tecniche ne minano il voto personale: 7 invece di 8.
Alle 16:55 arrivano i Living Things: il peggiore dei gruppi presenti all'Heineken Jammin' Festival, secondo il mio modestissimo parere. Un guazzabuglio (erano anni che volevo usare 'sta parola) di generi che vanno dal Rock al Punk passando per il Grunge e finire nel Folk. Mah? 5+. Ma giusto perche sono buono.
Alle 17:30 arrivano i Lacuna Coil, e si comincia a fare sul serio: il palco d'ora in poi cambierà fisionomia e scritte seguendo lo stile di gruppi che di volta in volta vi saliranno. Questo gruppo italiano che ha moltissimo successo all'estero (autore della colonna sonora di Resident Evil 2 per il cinema) e che conta numerosissimi fan in patria, mi tocca pochissimo. Voglio dire, Cristina Scabbia ha una gran voce, eccellente presenza scenica (come anche il secondo cantante), i chitarristi sono più che decenti... però non mi convincono fino in fondo. Innanzitutto non mi trasmettono emozioni, e poi utilizzaano troppi effetti ed effettini, sintetizzatori a manetta, distorsioni vocali ed echi come se piovesse. 6 politico.
Pausa, finalmente. Abbiamo tempo di bere, mangiare e farci altri due succosi calippi prima di riuscire a sgusciare nel secondo anello, ossia a circa venti metri dal palco. Non facciamo in tempo a sistemarci e a leggere il nome del prossimo gruppo che quelli c'anticipano uscendo e schitarrando come pazzi: sono le 18:30 e fanno la loro comparsa gli Avenged Sevenfolds, un gruppo di chiare radici Metal, con influenze Nu--Metal e Hardcore. "Metalcore" per gli addetti ai lavori. Sono quattro, e sanno cosa vogliono. E come ottenerlo. Suonano poche canzoni e fanno un paio di cover ma, credetemi, hanno talento da vendere. Soprattutto il chitarrista solista, che farebbe invidia a Slash. 8 pieno. Ne sentiremo parlare in futuro...
sono le 19:45 e la stanchezza comincia a farsi sentire: la schiena è a pezzi, la sete avanza implacabilmente ed il sole continua ad abbrustolirci. Ma andiamo avanti, indefessi, forti dell'obiettivo finale: i METALLICA! Alle 19:50 irrompono i Darnkess, l'ultimo gruppo in programma prima della partita Italia-Usa. Premetto fin da subito che sentendo le canzoni avevo un gran bella opinione di questo gruppo, ma ascoltandoli dal vivo mi sono reso conto che purtroppo non rendono come negli album: il cantante ha una voce stupefacente e tutti i componenti suonano benissimo, ma non hanno spessore musicale live. Ed hanno anche commesso il non trascurabile errore di suonare in maggior parte canzoni del loro secondo (ed ultimo) cd, ossia uno schifo. Il bello arriva infatti alla fine quando fanno qualche cover e suonano le loro canzoni più famose, I Believe in A Thing Called Love su tutte. 7 e mezzo per il finale.
Alle 21:00 inizia la partita tra le urla della gente, e ce la vediamo seduti. Seduti è un termine grosso, perchè siamo talmente attaccati che una volta col sedere a terra è impossibile rialzarsi senza una mano che ci tiri su. Il pensiero di restare li ancora altre sei ore ci fa pentire di essere partiti, e se non fosse per i Mitici già ce ne saremmo andati. La partita non la seguo per niente, e so solo com'è andata a finire: 1 a 1.
Allo scadere del novantesimo, tutti si alzano in piedi: è il momento. Cazzo, è il momento. L'attesa pare infinita, sugli schermi si alternano pubblicità inutili e dalle casse marchiate M escono suoni indistinti di canzoni mai sentite. I minuti passano e la gente rumoreggia. Li vuole, ne ha bisogno. Io stesso ne ho bisogno, sono come una droga. Ad un tratto musica ed immaginini svaniscono, e sui megaschermi appare il faccione pallido e sudato del Brutto, accompagnato dalle urla impazzite delle centomila persone presenti all'Heineken Jammin' Festival. Cantiamo in coro seguendo le note di "Ecstasy of Gold", che ci catapulta diretti in un film  western alla Sergio Leone. Il Brutto corre tra le lapidi e le croci (Master of Puppets?), e dopo qualche minuto si ferma su di una in particolare, mentre la musica e le immagini si fermano con lui. Ed è solo allora che i quattro cavalieri appaiono come dal nulla e parte il riff... ma questa è un altra storia.
Che trovate sopra.
6月13日

Una canzone (?)

Frasi respirate sul cuscino
e sorrisi distanti
nient'altro che un soffitto
e silenzi mai imbarazzanti
 
E toglierai quel pezzo di vetro
spezzato a metà
conficcato nel cuore
lo strapperai senza pietà
 
Cambierai senza parlare
lasciando una traccia di te
brillante alla luna
ma non più per me
 
Cadranno le case e gli alberi
al sol mio urlare
un poster di sabbia bagnata
la tua foto sul mare
 
 
6月12日

Il silenzio di Srebrenica

Il silenzio di Srebrenica
puoi ritrovarlo
 negli occhi dei vecchi
seduti sulle panchine
E' il passato
che bussa
da sotto i papaveri
che infiammano i prati

 

6月11日

Un giorno

Gli uomini parlavano ormai da diverse ore. Il più giovane dei tre stonava con gli altri due: portava un paio di pantaloncini color cachi, una maglietta azzurra e dei sandali giallo canarino. Probabilmente si era vestito al buio. Gli altri due erano gemelli ed erano vestiti in maniera identica: entrambi sfoggiavano un costoso vestito di lino blu scuro. La ragazza che li guardava seduta sulla morbida poltrona nella hall dell'albergo, aspettando il suo turno per telefonare, era curiosa di sapere cosa si stessero dicendo. Ma era troppo lontana e non riusciva a sentirli, e non aveva il coraggio di avvicinarsi. Stava tentando di leggere il labiale quando un anziana signora le si mise davanti e le disse: "Cara è il tuo turno se vuoi telefonare"
"Oh, grazie" rispose la ragazza, alzandosi e andando verso la cabina. Inserì la scheda, prese la cornetta e compose il numero. Dall'altra parte del mondo un telefono iniziò a squllare. Una bella donna sulla cinquantina distolse lo sguardo dal gioco a quiz televisivo e rispose al telefono: "Pronto?"
"Ciao mamma"
"Amore! Ce l'hai fatta a ricordarti di tua madre, eh?"
"Lo sai mamma che qua ho un sacco da fare no?"
"Certo, lo so. Sei tutta presa a farti il bagno, prendere il sole e passeggiare sul lungomare. Che stress, povera piccola!"
"Eh già... allora mà, come stai?"
"Tutto bene, tuo padre purtroppo è appena uscito a giocare la schedina del lotto. Volevo fartici parlare un po'"
"Vabbè dai, magari richiamo domani"
"Certo certo. Tu come stai? Come va con Leonardo?"
"Meravigliosamente" disse la ragazza, scandendo ogni singola parola, come a volersene convincere lei stessa.
"Ha fatto qualcosa di strano?"
"No, lo sai che è cambiato" disse la ragazza. Sperava che la madre non toccasse quell'argomento, ma si sbagliava.
"Le persone non cambiano mai, Claudia. Possono migliorare o peggiorare, ma non cambiano"
"Senti mà, se ti dico che va tutto bene significa che va tutto bene. Qui il sole è splendido, il mare è una tavola, ed io amo Leonardo. Cosa vuoi che ti dica di più?"
"Lo so che lo ami, piccola, lo so. Però non ti sarai dimenticata di quella volta..."
"E invece si, cazzo. Invece si. Sto cercando di dimenticare, va bene? Non ti ho telefonato per sentirmi dire cose che mi rimbombano in testa da due anni, ok?"
"Lo sai che io voglio solo il tuo bene"
"Anche io voglio il mio, e quindi lascia stare" tagliò corto Claudia. Girò istintivamente la testa verso i tre uomini, ma erano spariti.
"Va bene, piccola, va bene. Il resto come va? Fatto amicizia con qualcuno?"
"Mah, si e no. Qua la gente è strana, mà. Hanno un modo di vivere completamente diverso dal nostro"
"Ma è proprio questo il bello piccola, ti arricchisce culturalmente no?"
"Sarà, ma qui gli unici che si stanno arricchendo sono loro con tutti i soldi che gli diamo"
"Sempre a pensare ai soldi, sei uguale a tuo padre!!"
Risero.
"Senti mà, devo andare. Ho lasciato Leonardo da solo sulla spiaggia, e a quest'ora si sarà rosolato"
"Ok piccola, ti lascio. Domani però richiama eh? Che tuo padre ti vuole parlare"
"Ok ok. Un bacione mà"
"Un bacione anche a te, ci sentiamo domani"
Riappese il telefono con un misto di rabbia e sollievo. Raccolse la borsa di paglia e uscì dall'albergo, mettendo subito il piede sulla sabbia: il palazzo era vicinissimo al mare, era stato praticamente costruito sulla spiaggia. Era una struttura a forma di "C", alta circa trenta metri. Ospitava migliaia di camere, ed era uno dei più cari del Mar Rosso; la loro stanza costava 200 euro a notte, ma non era un problema, il lavoro di Leonardo le permetteva di vivere da gran signora.
In lontananza vide il suo ombrellone e s'incamminò verso di esso.
 
L'uomo stava prendendo il sole, quando una voce lo destò dai suoi pensieri: "Ciao"
Aprì un occhio, poi l'altro. Ci mise un po' a mettere a fuoco la figura che si stagliava di fronte a lui.
"Ciao" disse a sua volta.
"Mi ricordo di te. Ti ho sentito suonare il piano nell'albergo, sei bravissimo"
"Oh, grazie. Ma in realtà non sono così bravo come dici"
"Si si che lo sei. Mi veniva la pelle d'oca mentre ti ascoltavo"
La ragazza avrà avuto dodici anni, forse tredici. Aveva lunghi capelli color grano, e due splendidi occhi verdi. Rimasero a guardarsi per un minuto intero, poi lui disse: "I tuoi genitori?"
"Ah già. Mia madre sta là" ed indicò una signora obesa sotto un ombrellone rosso alla sua destra.
"Tuo padre?" disse l'uomo
"Mio padre è morto prima che io nascessi"
"Oh, scusami... senti, ti va di andare a fare il bagno? Fa un caldo tale..."
"Siiii andiamo!"
L'uomo si alzò e la ragazzina lo prese per mano, portandolo verso il bagnasciuga. L'acqua era gelida, ed entrarono lentamente. La ragazzina si ambientò prima dell'uomo ed iniziò a schizzarlo. Lui non s'arrabbiò ma la schizzò a sua volta, tuffandosi e riemergendo dietro di lei. Stettero un po' a giocare, poi lui disse, indicando l'orizzonte: "La vedi quella linea là in fondo?"
"Si, è l'orizzonte" rispose lei
"Beh, lì finisce il mondo, e l'acqua forma una cascata senza fine"
"Ma che dici, non mi prendere in giro"
"Non ti sto prendendo in giro, la fantasia è una cosa seria"
La bambina lo guardò come si guarda un pazzo, e si mise a ridere. Anche l'uomo rise, e disse: "Sai fare il morto a galla?"
"Certo che lo so fare, guarda" disse la ragazzina, mettendosi in perfetta posizione a pancia in alto. L'uomo si avvicinò a lei, le prese un piede tra le mani e lo baciò.
"Ma che stai facendo??"
"Niente, niente. Ti ho dato fastidio? Non ti ho dato fastidio vero?"
Gli occhi dell'uomo erano diventati piccoli, cattivi. La ragazzina lo fissò per qualche istante, poi si girò senza dire una parola e fuggì via, lasciandolo solo.
L'uomo guardò quella piccola schiena allontanarsi, e con la mente tornò indietro di due anni. Si voltò verso l'orizzonte e rimase per qualche minuto in piedi immobile a pensare alla cascata infinita, mentre i ricordi bussavano alla porta della sua sanità mentale. Non si cambia, per quanti sforzi si faccia. E per quante illusioni di carta si possano costruire a coprire il passato.
Sua moglie era arrivata all'ombrellone ma lui non c'era. "Dove diavolo è andato?" si stava chiedendo, quando lo vide arrivare, tutto bagnato.
"Ma dov'eri? Potevi aspettarmi prima di farti il bagno!"
"Hai ragione amore, ma faceva un caldo insopportabile e non ho resistito"
"Va bene... sei perdonato" disse Claudia, e lo baciò. Entrambi si distesero a prendere il sole, e lei le chiese di spalmarle la crema abbronzante sulla schiena. Mentre compiva quei gesti circolari, guardava la ragazzina. Non aveva detto nulla alla madre. Tutto era tranquillo.
 "Bene" pensò.
Quella notte sarebbe stata sua.

Attimi sul lungomare

Pochi steli
a sfidare il cielo
e la pioggia
a dissetare il mare
Mani giunte
a scambiarsi amore
ed i miei occhi
ad invidiare
6月5日

L'uomo dagli occhi di luna/2

Se è vero che gli occhi sono lo specchio dell'anima, allora la mia è pallida come la luna.
Io ho un dono, un dono maledetto: la capacità di vedere dentro le persone. Non intendo dire che so leggere il pensiero, nessuno può farlo. Io riesco, invece, a percepire i sentimenti della gente. Dei bambini, per l'esattezza. Spesso vi sarà capitato di avere la sensazione di sapere cosa stesse provando una determinata persona, specialmente se quella persona la conoscete da anni e anni, vero? Magari vostro marito, o vostro figlio, dopo anni di convivenza sapete ancor prima che apra la bocca ciò che dirà, ma non perchè glielo avete letto in testa, semplicemente perchè tra di voi s'è creato un legame invisibile, una sintonia. Ebbene, io questa sintonia la provo con tutti i bambini sin dal primo istante, ed è amplificata all'ennesima potenza. Appena entro in contatto ravvicinato con un bimbo e lo guardo, i miei occchi cambiano, vagano, si perdono. Riflettono l'assenza della mia anima, che ha fame di sentimenti altrui, di giovani sentimenti. Ed ogni volta è sempre la stessa sofferenza: tutto ciò che è nel loro cuore diventa mio, lo assimilo, ed il piccolo se ne accorgerà solo quando sarà adulto. Quando ciò accade, il bimbo mi guarda negli occhi e si spaventa, perchè mi vede come un mostro, ma non sa quanto vorrei avvicinarmi ed abbracciarlo e dirgli che io stesso mi odio per quello che sono, chiedergli perdono per quello che non voglio essere: una creatura senz'anima, che si nutre di sentimenti innocenti.
Ho provato ad uccidermi tante volte, ma non posso morire. Non riesco a lasciare questo mondo. Ogni volta che una persona mi guarda morire, mi trasferisco in lui, e tutto ricomincia daccapo. Ad ogni nuova vita mi sceglo un lavoro che mi permetta di stare a contatto coi bambini. L'ultima volta infatti lavoravo come vicepreside in una scuola elementare, mentre stavolta lavoro come assistente sociale.
Mi chiamo Marco. Carino come nome vero?
6月4日

Novembre

Il grigio
scheletro
delle case
si confondeva
col cielo
spazzato
dalla tramontana 
che portava
l'aroma
di una fucilazione
appena eseguita

6月2日

L'uomo dagli occhi di luna

Quando avevo circa sei anni anni frequentavo una scuola molto lontana da casa mia. Era un prefabbricato interamente dipinto di rosa (visto da lontano sembrava un confetto), e mi ricordo che mia madre mi accompagnava e mi tornava a prendere tutti i giorni con la macchina (una Panda del '90, nuova fiammante). Forse vi starete chiedendo perchè andavo in una scuola così lontana da casa; forse non ve ne importa nulla, ma ve lo dico lo stesso, almeno per farvi fare due risate: perchè gli istituti del mio quartiere erano tutti strapieni di bambini. Semplice come risposta, no? Non tanto, perchè la realtà è un altra. Pensateci bene. Non è possibile che tre scuole su tre ti dicano: "No signora, mi dispiace, ma siamo pieni". Volete sapere come stavano veramente le cose? Non credevano che avessi sei anni. Si, avete letto bene: pensavano che, data la mia altezza e la mia corporatura robusta, ne vessi dieci o undici. E' ridicolo, ma vi posso assicurare che non dico un filo di bugie.
Per via delle ristrettezze mentali di certe persone fui perciò costretto ad iscrivermi in un istituto lontanissimo, nella scuola-confetto appunto. Lì fui accettato solo grazie alla buona parola del vicepreside, che convinse il suo diretto superiore. Quest'ultima, infatti, come tutti del resto, non voleva accettarmi perchè aveva paura di avere nella scuola un bambino "diverso" dagli altri: troppo alto, troppo grande. Il ricordo che ho del vicepreside è indelebile: un uomo basso, sulla cinquantina, brizzolato, con un naso a patata e due occhi stranissimi, che non saprei come definire se non "lunari". Lunare è l'aggettivo che mi venne in mente non appena incrociai il suo sguardo per la prima volta: le sue iridi erano mutevoli, d'un colore indefinibile (tutti, o forse nessuno), sembravano due pozzi dove la luna si rispecchiava e si spezzava al leggero incresparsi della superficie dell'acqua. Erano cangianti, ma non falsi. Rivelavano un animo multiforme ed in continuo movimento. In cinque anni di permanenza in quella scuola non riuscii a sostenere il suo sguardo per più di tre secondi, ma non ne avevo paura; era piuttosto una sensazione di disagio che mi portava ad abbassare lo sguardo, come se quell'uomo riuscisse a scavarmi dentro l'anima mettendomi faccia a faccia con le mie debolezze. La cosa strana però era che non faceva a tutti lo stesso effetto, ma solo a pochi altri bambini. La stragrande maggioranza di essi ne era immune, come lo erano tutti gli adulti. Il signor Emilio (così si chiamava), usciva raramente dal suo ufficio, e le rare volte che lo vedevamo fuori era perchè stava passeggiando vicino al cancello che dava sulla strada principale. Il tempo di fumarsi una sigaretta, uno sguardo alle auto di passaggio e rientrava a lavorare; non faceva altro. I primi giorni ci facevo caso, poi il suo comportamento divenne un abitudine, ed anche i suoi occhi diventarono solo un motivo per rompere la monotonia della giornata. 
Il tempo passò in fretta: tra giochi, lezioni e primi bacetti, gli anni si spensero uno dopo l'altro. Le stagioni si rincorrevano, i miei amici ed io diventavamo preadolescenti (nè carne nè pesce), le mamme ed i papà invecchiavano, ma gli occhi del vicepreside erano sempre gli stessi. Il tempo sembrava essersi fermato all'istante in cui lui sorridendo disse alla vicepreside: "Ma che sta dicendo? Non accettarlo? E perchè? Forza, non diciamo stupidaggini" poi, rivolgendosi a me bisbigliando e facendomi l'occhiolino aggiunse "La gente parla e da aria alla bocca". Mi stava simpatico, ma ne avevo troppa soggezione per provare anche solo ad avvicinarmi.
All'inizio della scuola credevo di essere condannato a rimanerci in eterno: "Cinque anni" pensavo, un tempo infinito per un bambino. Ed invece l'ultimo giorno arrivò in punta di piedi, cogliendo tutti di sorpresa. Mi resi conto che passato e futuro non esistono che nei nostri ricordi e nelle fantasie, e ciò che conta è solo il presente.
L'ultimo giorno lo festeggiammo giocando tutti a pallone in giardino, bambine comprese. Ricordo che mi mettevano sempre in porta perchè non ero molto bravo con i piedi, e quel giorno stavo facendo una bella figura: vincevamo quattro a zero. Proprio nel momento in cui la squadra avversaria segnò udimmo l'urlo della bidella: proveniva da dentro la scuola. Ci precipitammo tutti all'interno e trovammo la donna svenuta nell'atrio, davanti alla porta dell'ufficio del vicepreside. Non vidi la scena, nè il cadavere, per mia fortuna. Noi bambini fummo subito portati fuori dai bidelli e dalla preside, e vedemmo solo una barella entrare vuota ed uscire piena. 
Sono passati trent'anni da allora, ed in tutto questo tempo è come se non avessi vissuto veramente: ho avuto donne, molti lavori diversi, anche un divorzio, ma è come se tutto mi fosse scivolato addosso, come se i miei sentimenti di uomo si fossero fermati quel giorno. Ieri, mentre ero intento a scrivere il mio ultimo romanzo, qualcuno ha bussato alla mia porta: era Marco, il mio migliore amico delle elementari. E' stata una sorpresa incredibile: me lo ricordavo roscio e capellone, mentre ora l'unica cosa rimasta color ruggine erano le sopracciglia. Ho smesso subito di lavorare e l'ho fatto accomodare in salotto, sono andato a prendere due birre e mi sono seduto di fronte a lui. Sulla porta di casa non me n'ero accorto, ma guardandolo meglio alla luce del sole vidi che era pallidissimo, e sembrava molto più vecchio dei suoi quarant'anni. La cosa che però mi sconvolse di più era il suo sguardo: era lo stesso che hanno gli uomini di ritorno dal fronte. Gli stessi occhi che mentre ti guardano sembrano vagare sopra la tua spalla, come se fossero sempre in eterna attesa dell'arrivo del nemico. 
E' stato quasi cinque minuti a rigirarsi la birra tra le mani, poi d'un tratto ha alzato la testa e m'ha detto, con un filo di voce: "Voglio raccontarti di quel giorno"
"Quale giorno?" dissi io.
"L'ultimo giorno di scuola" rispose, e aggiunse "Non è morto"
"Chi non è morto?" chiesi. Ma in cuor mio sapevo già la risposta.
"Il vicepreside. L'ho rivisto ieri sera, vicino casa mia. Mi guarda, capisci?? Mi spia!! Con quegli occhi bianchi, quei buchi senza fondo... Sa che io so e..."
Tremava.
"Calmati Marco, tira un bel respiro e cerca di raccontami bene cos'hai visto l'ultimo giorno di scuola". E così fece, purtroppo.
Marco da piccolo era spesso escluso dai nostri giochi, e quella era una delle tante volte in cui se ne stava da solo a piangere nell'atrio. Dallo scalino su cui era seduto fu il primo a sentire lo strillo della donna, e quindi fu il primo a raggiungere il corpo del signor Emilio riverso a terra. Mi disse di essersi avvicinato e di aver fatto in tempo a guardare quei due infiniti buchi bianchi. Ciò che avvenne dopo, o almeno ciò che lui dice di aver visto, non ho neanche il coraggio di scriverlo. Anche la più forte, anche la più scettica delle menti umane vacillerebbe al solo leggerlo. Vi basti sapere che l'orrore che lui provò e che ancora si porta nel cuore, lo cambiò per sempre. Io stesso che non ho visto nulla, ma solo sentito le sue parole, stanotte non sono riuscito ad alzare lo sguardo al cielo stellato per paura di incontrare quell'astro maledetto.
Quando ha terminato il racconto, ho capito perchè quel giorno era l'unico di noi bambini ad essere pallido come la luna.