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    May 28

    Questo mi sa che lo capisco solo io...

    "Ehi ma... è una gondola quella laggiù?"
    "Si"
    "Una gondola nel deserto??"
    "E allora? E' ovvio che s'è persa"

    Dormi

    Dormi
    piccola stella
    Dormi e non pensare
    che le tue sorelle
    hanno smarrito
    la strada del cielo
    Chiudi gli occhi
    e sogna candidi unicorni
    Ma lasciami un sorriso
    come faccio anch'io
    perchè anch'io sto dormendo
    piccola stella
    E sto sognando
    i tuoi stessi candidi
    unicorni
    May 26

    Stiletto

    Morbidi cerchi di fumo le uscivano dalla bocca color cremisi, mentre con la mano destra accarezzava il ventre ghiacciato dell'uomo sdraiato accanto a lei. Erano entrambi nudi. I suoi occhi color cielo erano girati verso la porta-finestra, e fissavano le silhouette delle montagne all'orizzonte. Il suono del traffico che serpeggiava sotto l'albergo stonava con l'imponenza dei monti, come a ricordarle che il suo mondo non sarebbe mai potuto essere tra quelle vallate innevate. Distolse lo sguardo dalla finestra e alzò la mano sinistra. Lesse la marca della sigaretta e la gettò ancora accesa nel cestino.
    L'amore uccide. L'uomo che guardava il soffitto candido da più di mezz'ora l'aveva sperimentato: lo stiletto conficcato vicino al pomo d'adamo grondava sangue sulle lenzuola, ed aveva formato in breve tempo un enorme macchia bruna che riempiva lo spazio vuoto tra di loro. La smorfia della bocca era un ghigno di piacere, cristallizzato per l'eternità. Lei si girò a guardarlo. Stette così per quasi un minuto, poi avvicinò le labbra alla sua guancia e gli stampò un bacio che odorava di fragola.
    Ora che era morto, lo amava alla follia.
    May 25

    Pensieri (sotto un cielo estraneo)

    Credere nel destino significa sperimentare la propria morte quando si è ancora in vita
    May 24

    Felicità (di nuovo)

    Felicità
    è
    sentire il suono
    della tua voce
    imitare
    una risata
    che ascolteresti
    all'infinito
     
    May 22

    Sul Peccato

    "Maledetti peccatori! Verrà il giorno in cui sarete puniti!"
    Eh già. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Magari detta, forse in maniera più delicata, dai vari preti, prelati e cardinali? Innumerevoli.
    Ma cos'è il peccato? Spogliandolo di tutti i significati che ognuno è libero di dargli, ed analizzandolo senza osservarne il profilo storico, il peccato è un guinzaglio il cui collare stringe da sempre i fedeli di una religione; specialmente se la religione in questione fa parte di quella che io chiamo "Triade dell'ottusità" (Cristianesimo, Ebraismo ed Islamismo).
    Tutte queste tre religioni condividono la stessa divinità, e da sempre uccidono e continueranno ad uccidere in suo nome, chiamando peccatori chi non segue i precetti di Dio, Allah o come lo si voglia chiamare. Precetti che servono solo tenere a bada i fedeli; tante regole per sottometterli, per far leva sulle loro coscienze prima che sul loro portafogli o sul loro fisico. Sono un cappio al sacrosanto diritto di ogni uomo: quello di star bene con se stesso. Il peccato è il figlio malato della morale.
    La morale è, in parole povere, il giudizio preventivo ad un azione che ancora non è stata compiuta. Il peccato stesso è, come la morale, ANORMALE. Non dovrebbe esistere. Le azioni, così come le persone, sono situate al di sopra del bene e del male (Nietzsche insegna), e non possono essere frenate sulla base di giudizi nati ancor prima dell'azione stessa.
    Se ad una persona viene inculcato il fatto che peccare è sbagliato e porterà disgrazie in un altra vita, si va a ledere la sua coscienza. Non si vanno a toccare beni materiali come il suo portafogli (multa) o la sua libertà (carcere), ma il suo più intimo essere. La persona che ha un rimorso non sta bene con se stessa, e non ha nessuno intorno con cui prendersela, come nel caso dell'arresto o della pena pecuniaria. Egli è stato decretato colpevole da una divinità che viene manipolata a piacimento da coloro che si arrogano il diritto di giudicare in nome della divinità stessa. Da coloro che, grazie alle loro vesti ed al loro oro, fanno credere di avere il dono di farti sentire in COLPA.
    Su questo si basano tutte le religioni (tranne forse il Buddhismo): sulla sottomissione e sulla repressione degli istinti naturali che, come la natura stessa, non sono ne buoni ne cattivi.
    May 21

    Sulle tue labbra

    Sulle tue labbra
    ci sono i segni
    delle parole
    che non mi hai mai detto
    Cicatrici indelebili
    di un passato
    silenzioso
    come una città innevata
    Ma sotto di loro
    vivono ancora
    le pieghe
    del tuo sorriso
    Quello stesso sorriso
    che avevi 
    quando ti baciai
    per l'ultima volta
     
     
     
     
    May 20

    Obliare

    Noi, noi tutti, dovremmo apprendere, accanto alle Artes Memoriae, l'Ars Oblivionalis, ossia l'Arte di Dimenticare. Dimenticare, obliare appunto, un qualsiasi fatto sgradito, un ricordo maledetto, un passato che si ripresenta ogni giorno davanti ai nostri occhi.
    Spesso si crede che dimenticare sia sinonimo di cancellare, ma non è affatto così. Per dimenticare occorre ricordare sempre di più, immagazzinare dati su dati, esperienze sopra esperienze. Un po' come l'antico metodo del chiodo scaccia chiodo, occorre procedere seguendo il metodo della sovrapposizione indiscriminata. A pensarci bene è come avere, invece che il troppo vuoto, il troppo pieno. E' un po' come andare su Internet e cercare informazioni su un dato argomento e trovare una miriade di collegamenti ipertestuali, infiniti rimandi a frasi e parole anche solo minimamente interessanti, enormi strati di parole e spiegazioni. Si arriva alla fine della ricerca con in mano solo un pugno di mosche: si è dimenticato non solo tutto quello che si è letto fino a quel punto, ma anche lo scopo stesso della ricerca.
    Dimenticare con uno schiocco di dita sarebbe bello, certo, ma visto che non esiste un Ars Oblivionalis, si può ricorrere, tra i tanti metodi transitori, alla "dimenticanza testuale". Se ci facciamo caso le stesse librerie e le enciclopedie sono fatte non solo per conservare quello che valeva la pena ricordare, ma anche filtrare e cancellare quello che non vale la pena di sapere. Uno dei fini meno presi in considerazione della lettura è, infatti, proprio quello di ignorare e dimenticare per qualche istante la propria vita.
    Leopardi Docet.
    May 18

    Ballata di una divisa sporca di neve

    Questa è la ballata
    d'una divisa
    sporca
    di neve
    Dentro a quella
    divisa
    viveva un ragazzo
    che spingeva un autocarro
    Perso nel fumo nero
    s'intravedeva
    il suo viso
    madido di sudore
    D'un tratto si girò
    e ti vide camminare
    mano nella mano
    di fronte ad una vetrina
    Tu ricambiasti lo sguardo
    ed eri felice
    d'essere ammirata
    e d'essere sognata
    Il ragazzo
    guardò il tuo compagno
    poi guardò se stesso
    riflesso nel vetro
    E s'accorse
    che i suoi sogni
    erano diversi
    ma la divisa
    era dello stesso colore
     
     
    May 17

    Ubriaco

    E' caduta
    un altra
     primavera
    ed ho smesso
    di rincorrere me stesso
    in fuga dal vento
    E' caduta
    un altra
     primavera
    ed a far rumore
    non son più le foglie
    ma solo i frutti
    E' caduta
    un altra
     primavera
    ed io 
    mi sono fermato
    di fronte al tuo ricordo
    ed ho pianto
    fino ad ubriacarmi
    delle mie stesse
    lacrime

    Occhi fragili

    I tuoi occhi erano fragili
    come quelli d'un gatto
    che sa di morire
    E le tue mani
    calde e morbide
    come una sera d'estate
    Guardo nell'abisso
    del mio passato
    e mi chiedo
    quanto possono valere
    le parole d'un uomo
    che ha perduto
    l'unica nuvola della sua fantasia
    Mi chiedo
    se posso chiamare passato
    un foglio bianco
    con al centro
    un piccolo girasole
    appena accennato
     
     
    May 15

    Ricordi e sogni

    Ricordi
    i bianchi echi d'oltremare
    infrangersi
    contro
    le nere scogliere? 
    Ricordi
    i diamanti di luce
    giocare
    oltre il vetro 
    del treno?
    Mi prendesti per mano
    in quell'autunno
    lontano
    ed insieme
    sognammo
    quei lividi tramonti
    che ancora
    stringo nel cuore 
    Poi
    all'improvviso
    volasti via
    come fa
    un aquilone
    che sfugge 
    ad un bambino
    Volasti via
    senza un sussurro
    lasciandoti dietro 
    solo
    l'odore
    dei girasoli
    Ed ora
    che sei lontana
    vivo
    di ricordi
    pesanti
    come carta ubriaca
    e di brevi
    sogni
    illuminati
    da crepuscoli
    d'argento
     Neanche il vento
    mi riporta più
    il suono
    della tua voce
    Neanche la notte
    ricamata di stelle
    mi fa più
    sorridere

    Cosi tanto in cosi poco

    E c'è come un rumor di vetro infranto
    e una sensazione di allegria sommaria
    Noi eravamo foglie in quell'autunno strano
    e senza capir perchè ci siam sfiorati piano
     
    E c'è come un rumore di bambini
    Noi come gli altri senza direzione alcuna
    Ad un tratto quella tua ombra diventò un estate
    Uno sconquasso tal ch'io persi la tua mano
     
     
     
    Memoria Stoica - Vetro / Novembre
     
     
     
    May 11

    Mostri

    Occorre fare attenzione nel combattere i mostri della psiche, perchè si rischia di diventare ciò che si voleva eliminare. E ricordatevi che quando guardiamo troppo a lungo nell'abisso, anche l'abisso ci guarda dentro.
     
     
    Nietzsche
    May 05

    Zefiro/2

    "Dai Andrea, corri, che sennò ci perdiamo lo spettacolo!"
    Correre non era mai stato il suo forte, specialmente dopo aver mangiato due fette di millefoglie stracarico di scaglie di cioccolato.
    "Eccomi, arrivo... dammi tempo!"
    "Forza ciccione, muovi le chiappe!"
    Andrea aveva gli occhi fissi sulla schiena di Roberto, che si allontanava sempre di più. Sentiva i polmoni esplodere e la milza crepare dallo sforzo e stava per fermarsi per riprendere fiato, quando, come se fosse stato colpito da una pallottola, Roberto si accucciò dietro alla siepe che delimitava il giardino della palazzina C del complesso residenziale.
    "Dai dai che ha già cominciato lo spettacolo!"
    Gli ultimi metri sembravano non finire mai, ed iniziò a maledirsi per aver ingurgitato tutto quel dolce. Non poteva farne a meno? Certo che poteva, ma non s'era mai posto questa domanda a stomaco vuoto.
    "Che tette cazzo, che tette" disse Roberto che già s'era slacciato i pantaloni ed aveva tirato fuori l'uccello. "Ce l'hai fatta! Ma che hai al posto dei piedi? Due ferri da stiro?"
    "Non mi prendere sempre in giro, Roby"
    "Se se... guardiamoci lo spettacolino invece di litigare" tagliò corto Roberto iniziando a masturbarsi; ed Andrea, come ogni volta, imitò il fratello, pur senza capire lo scopo di quei gesti ripetuti tante volte di seguito. 
    Alle undici di sera di un'afosa giornata di luglio, due quattordicenni, uno magro e l'altro diversi chili in sovrappeso, si masturbavano dietro un folto oleandro mal potato. E non era la prima volta che lo facevano, anzi, da qualche giorno era diventata un abitudine.
    La ragazza, che avrà avuto non più di 20 anni, portava lunghissimi capelli mori che le ricadevano dolcemente sui seni prosperosi, come due tende di un sipario che al momento giusto si aprono e ti fanno godere lo spettacolo. Il resto del corpo era quello di un atleta: aveva il sedere alto e marmoreo, e le cosce lunghe ed slanciate. Era bellissima.
    Roberto, l'unico dei due ad avere consapevolezza di ciò che stava facendo, era sul punto di venire. Ma proprio al momento culminante la ragazza s'accorse che fra i cespugli alla sua destra spuntavano due masse di capelli, entrambe bionde. Capì di essere spiata e immediatamente chiuse le persiane. Lo spettacolino, così com'era iniziato, cessò di colpo.
    "Cazzo Andrea ci ha visti! Andiamocene subito!"
    I due si alzarono e senza voltarsi corsero a perdifiato verso la palazzina B. A metà strada Andrea, che aveva ancora i pantaloncini mezzo calati, non vide un sanpietrino sporgente e c'inciampò sopra. Cadde violentemente a terra e si sbucciò il ginocchio sinistro. 
    "Roby, aspettami! Mi sono fatto male!"
    "Che ti strilli ciccione! Muoviti!"
    Andrea si alzò a fatica e barcollò verso la palazzina B, dove si mise a sedere con la schiena appoggiata al muro di fianco al portone. Roberto era già entrato da qualche minuto ed era andato subito ad inifilarsi sotto le coperte in camera sua, nella vaga speranza di far credere ai suoi di non essere mai uscito. Ma gli urli di dolore di Andrea avevano già svegliato sua madre.
    "Dov'è tuo fratello? Quante volte t'ho detto di starci attento?!? Lo sai che è ritardato e non ragiona come te!" urlò la madre e gli diede un ceffone. Quello schiaffo fu l'ultimo che ricevette, ma fu anche quello che gli bruciò di più, e che si portò dentro per sempre. Dopo diversi giorni ancora si sentiva le cinque dita infuocate sulla faccia, ma l'umiliazione che aveva provato nei primi secondi dopo aver ricevuto il colpo aveva lasciato il posto all'odio. Ad un odio perfetto ed inarrestabile per il fratello. Un odio che due anni dopo l'avrebbe portato ad ucciderlo.
    Roberto fu rimandato fuori a cercare Andrea, e non gli ci volle molto, perchè appena uscito dal portone se lo trovò fra i piedi.
    "Scusa Roby, sono caduto e... che hai sulla faccia? Ti sei fatto male anche tu?"
    "Stai zitto, non sono affari tuoi. Se non avessi urlato non c'avrebbero scoperti. Avanti, alzati e andiamo a casa"
     
     
     
    May 02

    Zefiro

    Il vecchio se ne stava seduto vicino alla finestra ed osservava la gente muoversi sotto di lui. La sua giacca, bianca come una falce di luna, ondeggiava al lento ritmo del grecale che, senza chiedere il permesso, entrava nella stanza portando con sè odori di baci e di kebab. La città non era mai stata così brulicante di vita, così traboccante di esperienze e di potenziali storie da raccontare in altrettanti romanzi, e lui ne era ammaliato. Il vecchio, "Zefiro", era uno scrittore all'antica. Si metteva di fronte alla sua enorme macchina da scrivere nera come l'ebano e restava lì almeno cinque o sei ore al giorno a girare e rigirare frasi, a scrivere e cancellare, ad odiare ed allo stesso tempo amare i suoi scritti.
    Ma quella sera era diverso. La luce inclinata di un sole morente creava giochi d'ombre che non aveva mai visto, e persino l'odore che permeava l'aria era strano, quasi palpabile: gli solleticava le narici come non gli succedeva da anni, da quando, cioè, giovane scrittore in erba, si affacciava alla finestra ed ispirava violentemente, quasi a volersi far entrare la tramontana dentro al cervello. Solo così, diceva agli amici, riusciva a svegliarsi perbene e cominciare a scrivere.
    Come ogni sera della sua vita adulta, Zefiro poggiava i gomiti sul davanzale ed osservava il fluire della società intorno a sè. Era capace di stare anche ore affacciato alla finestra del suo attico in centro a guardare le vie del quartiere. Da quell'altezza non rusciva a distinguere bene nessun volto, ma non era importante; ciò che contava era la sua fantasia di scrittore: bastava veder passare una coppietta mano nella mano, o una madre schiaffeggiare il figlio, o ragazzi barcollanti per la troppa birra, e la sua mente iniziava ad elaborare e a creare storie mai realmente esistite. Era una pianta carnivora instancabile ed insaziabile di frammenti di vita. Chissà quante persone erano diventate inconsapevolmente protagonisti dei suoi dodici romanzi, da sempre nei primi dieci posti in classifica di vendite. "Che stronzate le classifiche" pensò. In effetti non aveva mai avuto alcun interesse per i libri commerciali, preferiva di gran lunga leggere i classici. Oppure andare a spulciare nelle librerie romanzi e saggi di autori sconosciuti. 
    Il crepuscolo stava lentamente cedendo il passo alla notte, e Zefiro sospirava assieme alle poche nuvole sporcate d'oro che di lì a poco sarebbero diventate di piombo. Sospirava perchè quel tardo pomeriggio di primavera, nonostante l'atmosfera nuova e sublime che si era creata, o forse proprio a causa di quella, non trovava nulla d'interessante nei volti anonimi che passeggiavano sotto di lui. Preferiva osservare gli alberi scossi dal vento che adornavano il viale, e le foglie, che, costrette a cadere prima del tempo, ondeggiavano dolcemente verso l'asfalto umido.
    Alzò gli occhi al cielo rossastro, e si accorse che non l'aveva mai osservato attentamente in quella precisa ora della giornata: già s'intravedeva Venere, e Zefiro la osservò come se fosse una bella donna, da spogliare con gli occhi e da sognare la notte.
    Già, sognare. La verità era che lui non sognava da troppo tempo. Sempre preso dal raccontare storie s'era dimenticato di se stesso, del suo IO. Il suo animo di bambino era morto per lasciare il posto alla sterile rappresentazione di un uomo dedito ad osservare gli altri per trarne racconti. Era divenuto la silenziosa ombra di un araldo moderno.
    Quella sera, però, voleva spezzare la monotonia della sua esistenza e provare nuovamente la sensazione di vivere, come fosse un adolescente. Voleva scendere in piazza e prendersi un gelato, oppure entrare in un locale ed ubriacarsi, o magari starsene semplicemente seduto in panchina a guardare qualche bella ragazza passeggiare. Tutte cose, però, da fare compagnia di amici o di una donna. Mentre lui era solo, terribilmente solo. 
    Per la prima volta nella sua vita sentì il gelo della solitudine stringergli ogni singolo osso del suo corpo. Per la prima volta si guardò indietro e non vide altro che un giovane scrittore di belle speranze intento a scavalcare i colleghi e a migliorare il proprio stile narrativo per risultare sempre più affilato e tagliente, ma nulla più. Non vide nè amicizie vere, nè donne che non lo avessero usato come feticcio sessuale. Il suo cuore era stato riempito e svuotato centinaia di volte come una brocca di ottimo vino, ma neanche una goccia del rosso nettare era rimasta dentro di esso. 
    "E allora?" si disse, "Esiste forse un momento giusto per iniziare ad amare? Per iniziare ad assaporare la vera felicità? Per iniziare a vivere?"
    Guardò l'orologio, poi lo specchio, e decise: quella sera sarebbe sceso in strada, e non gli sarebbe importato nulla d'essere solo fra la gente.
    Quella sera avrebbe fatto tutto quello che si sentiva di fare, senza remore. Quella sera sarebbe tornato a casa felice di aver vissuto.
    Quella sera sarebbe diventato il protagonista del suo ultimo romanzo.