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4月29日 Destino - Parte prima Il CHECK del Radar iniziò a lampeggiare e ad emettere una serie di bip. Andrea alzò gli occhi dall'e-book e andò istintivamente verso l'oblò del dormitorio. Sfiorò il pulsante della deoscurazione e guardò fuori dall'astronave. "Foreste. Fiumi. Monti. Foreste. Fiumi. Monti. Tutto fantastico, eh, però che noia..." disse fra sè e se, "Sono due giorni che lo sorvoliamo e... E quell'affare laggiù cos'è?" disse ad alta voce, con lo sguardo rivolto verso un riflesso tra gli alberi. "Sembra... Sembra il relitto di un'astronave... La vedi anche tu Mike? Ehi Mike!" Ma Mike dormiva beatamente appoggiato allo schienale della poltrona. Aveva impostato la rotta da seguire mezz'ora prima, e la nave stava continuando la ricognizione del pianeta in maniera automatica. Del resto, guardare quel monotono panorama l'aveva ipnotizzato come il pendolino di uno psichiatra. "Mike! Porca miseria! Ma guardalo, se la dorme, lui!" disse Andrea andando verso la plancia di comando. Si avvicinò a Mike e gli scrollò una spalla. "Sveglia, bella addormentata! Non lo senti il Radar?" "Come... Cosa...?" farfugliò Mike. "Il Radar. R-a-d-a-r. Sta segnalando qualcosa sotto di noi, oltre alla vegetazione. Qualcosa che tra l'altro ho visto dall'oblò e credo sia il relitto di una nave. Controlla le registrazioni, se ho visto giusto dovremo scendere a controllare." Mike non connetteva ancora molto bene, e aveva capito la metà delle cose che gli aveva detto Andrea. "Sì, capitano" disse. "Bene. Intanto vado ad avvertire Frank. Non c'è bisogno di portare su le tute, quando siamo arrivati ieri mi hai detto che la temperatura e l'aria sono nella norma giusto?" "Nella norma? Sono perfette, capitano. Temperatura media 23° e concentrazione di ossigeno pari a quello terrestre. Sembra la gemella di casa nostra... un gran bel colpo, capitano, se mi permette. Diventeremo famosi!" L'equipaggio del Destino III era composto da soli tre uomini, non ne servivano di più. Andrea, il capitano, aveva scelto Mike come pilota perchè il suo unico vizio era quello di bere troppo trumjak. Il che, paragonato a tutti gli altri piloti con cui aveva avuto a che fare, era semplicemente miracoloso. Frank, invece, era il giovane matematico addetto alla manutenzione dei robot di bordo. Si trattava di robot tuttofare, predisposti al controllo e al monitoraggio di ogni singolo aspetto della nave, compresi i loro ritmi di vita. Erano le macchine, ad esempio, a decidere quando e quanto dovevano mangiare in base ai loro rispettivi bioritmi. La missione che gli era stata affidata risaliva al 2555, a tre anni prima, e consisteva nell'esplorazione di zone sconosciute della Via Lattea dove si pensava che potessero trovarsi pianeti con caratteristiche simili a quelle terrestri. I cosiddetti viaggi "della speranza" erano iniziati nel 2510, quando era divenuto chiaro a tutti, scienziati e politici, che la vita sulla Terra non fosse più possibile. L'inquinamento dell'aria e del suolo aveva raggiunto limiti improponibili, la sovrappopolazione era ormai una terribile realtà, il petrolio era un lontano ricordo e i biocarburanti avevano fatto il loro (breve) tempo, dopo aver provocato ben quattro guerre mondiali con quasi un miliardo di morti e un numero anche maggiore di affamati. Finora, però, i viaggi s'erano tutti risolti in un nulla di fatto. L'orologio della Terra, implacabile, continuava a ticchettare, e ogni secondo che passava era una palata di terra gettata sopra la sua tomba. La durata di questi viaggi era di cinque anni, e infatti il Destino III avevano appena imboccato la rotta interstellare del ritorno. Erano viaggi ellittici, studiati a tavolino per settimane e settimane dentro aule universitarie, nelle facoltà d'ingegneria aerospaziale, di fisica e di matematica. Settimane di calcoli per realizzare la rotta perfetta, che permettesse ai robot all'interno dell'astronave di fare praticamente tutto da soli, e che lasciasse agli umani solo i compiti di routine: manutenzione, controllo, esplorazione del terreno e l'eventuale, ma molto remoto, caso di contatto con popolazioni native. Gli equipaggi delle astronavi esploratrici (e in questo la Destino III non faceva eccezione) erano tutti composti da persone senza una famiglia. Restare cinque anni senza vedere il proprio compagno o i propri figli aveva fatto ammattire alcuni dei componenti dei primissimi viaggi, obbligando perciò gli alti ufficiali a modificare lo statuto dei viaggiatori. Erano missioni cui spesso non si faceva ritorno. Missioni che mettevano a dura prova i nervi dell'equipaggio. I candidati ideali erano quelli con qualche guaio con la legge (a tutti i viaggiatori si prometteva la totale ripulitura della loro fedina penale), quelli che non trovavano stimoli nella loro vita sulla Terra e cercavano un po' d'avventura o quelli che, la maggior parte, avevano un disperato bisogno di soldi. Le migliaia di euro che la AMECT prometteva ai viaggiatori facevano gola a tutti, militari e non. "Frank, dove sei?" urlò Andrea camminando a testa bassa per i corridoi stretti e caldi dei sotterranei della nave. Odiava andarlo a cercare laggiù. "E' un posto adeguato a lui" pensò, "a quel topo di laboratorio che non è altro". I progessi scientifici rispetto ai primi prototipi di astronavi a lungo raggio erano stati immensi, e nei cunicoli di manutenzione delle macchine non c'erano più nè rumori assordanti, nè odori che facevano lacrimare gli occhi, nè vapori mefitici. Se non fosse stato per il normale calore dovuto al surriscaldamento dei motori a ioni, non ci sarebbe stata alcuna differenza tra quel punto della nave e la plancia o i dormitori. Eppure, Andrea scendeva lì sotto il meno possibile. La sua claustrofobia non lo lasciava mai solo. "Frank!!" urlò nuovamente, ma non ottenne nessuna risposta. "Ma dove cav..." non finì la frase che, girato l'angolo, lo vide. Se ne stava seduto alla sua postazione con lo sguardo fisso sui monitor e le cuffie sulle orecchie, impegnato a controllare e ricontrollare i dati di volo e i risultati dei campioni di terreno prelevati finora dai pianeti visitati. "Questo ragazzo è malato di lavoro. Ma se non altro" si disse Andrea, "non sta dormendo". Si avvicinò e gli passò una mano davanti il viso. Frank sobbalzò come se l'avessero punto nel di dietro. "Ma che... Oh, scusi capitano, non l'ho sentita arrivare. Ho già mandato tutti i dati del pianeta alla Terra e..." "Bene, bene, ma non sono sceso per questo. Puoi smettere un attimo qui e venire su? Forse abbiamo trovato qualcosa d'interessante" "Sì sì, certo. Salvo i dati... Ok, possiamo andare. Qualcosa d'interessante, capitano? Oltre al pianeta stesso? E cosa potrebbe esserci di più interessante che la probabile salvezza di miliardi di persone?" "Ancora non lo sappiamo di preciso, ho lasciato Mike a controllare la registrazione. Sembrerebbe il relitto di una nave" "Un relitto? Nè è sicuro?" "Ho sentito il CHECK del Radar e mi sono affacciato dall'oblò. Credo d'aver visto un riflesso metallico tra gli alberi" Erano tornati al ponte di comando e trovarono Mike stava ancora armeggiando con la console. "Beh, abbiamo un vincitore?" disse Andrea. "A quanto pare, sì" rispose Mike. "Bene. Fai tornare la nave nei pressi del relitto e inizia le manovre di discesa" "Si, capitano" La nave sorvolò il punto esatto dove il Radar rilevava il relitto, e i tre guardarono sotto di loro attraverso la botola d'osservazione. Si trattava del relitto di una grossa astronave, incastrata tra due file di alberi e appoggiata (ma sarebbe meglio dire schiantata) su una collinetta rocciosa. Il pilota dell'astronave aveva probabilmente tentato un atterraggio di fortuna, poichè dietro di essa si vedeva chiaramente il canale scavato nel terreno dalla parte posteriore. Era largo una ventina di metri e profondo almeno la metà, ed era invaso dall'erba. Non c'era fumo, nè altri segni che potessero far pensare ad un incidente avvenuto di recente. Quella nave era lì da decenni. "Ok Mike, atterriamo lì, su quella radura" "Bene" I tre dell'equipaggio andarono a sedersi ai loro posti sul ponte e si fissarono elettrostaticamente agli schienali. Mike diresse la nave verso una piccola radura a circa cinquecento metri dal relitto, poi spinse il pulsante della stabilizzazione e la nave inizio a vibrare. Poi, dolcemente, cominciò a scendere grazie ai retrorazzi. In pochi minuti si poggiò a terra quasi senza emettere un suono. Mike era un maestro negli atterraggi e nei decolli: nella sua accademia insegnava proprio queste due fasi del volo agli studenti d'ingegneria aerospaziale. Spensero i blocchi elettrostatici e aprirono il portello principale della nave. Il primo ad uscire fu il pilota. Mise piede a terra e inspirò a pieni polmoni: "Io qui ci vivrei anche subito. Cazzo, è un paradiso!" disse, e in effetti aveva ragione. Andrea si guardò intorno e pensò che probabilmente la Terra, milioni di anni prima, doveva essere stata più o meno così. Senza fumi, senza smog, senza grattacieli infiniti, senza fogne maleodoranti, senza niente. Solo natura e animali. "Non perdiamo tempo, forza" Si diressero verso la nave. Frank teneva gli occhi fissi sul suo PoRad, ma a parte qualche animale, non rilevava nulla. Non c'erano forme di vita intelligente. Passarono attraverso una fitto intrico di rami spessi e nodosi e sbucarono finalmente nel canale di terra scavato dal relitto. "Eccola là, andiamo a controllare" disse Andrea. Si avvicinarono e l'osservarono. Era senza dubbio una nave terrestre, ma l'impatto l'aveva devastata: somigliava ad una lattina schiacciata. La parte anteriore era rientrata di diversi metri e tutti i fregi che permettavano di riconoscerla erano andati distrutti. Due dei quattro motori posteriori si erano staccati di netto ed erano volati ai lati dello scafo. Il muschio, alla base e vicino ai motori, aveva iniziato ad attecchire, prova definitiva che quella nave doveva essere lì da moltissimo tempo. "Non è una D quella lì sotto al muso della nave?" "No Mike, sembra una D ma è il muschio che ha ricoperto la ruggine. Frank, calcola le dimensioni e monitora l'interno con il PoRad" "Sissignore. Dunque... le dimensioni sono quelle di una moderna nave da esplorazione... che strano però..." "Cosa?" "Le dimensioni sono identiche a quelle della nostra nave" "Uhm... probabilmente c'è stato un errore all'AMECT, ci hanno mandato su un pianeta già controllato. Però mi sembra strano che l'equipaggio non abbia mandato qualche segnale indietro..." "Forse non hanno fatto in tempo. Forse si sono schiantati prima ancora di accendere il Comm" disse Mike. "Forse... cerchiamo un punto per entrare" "Entrare? Ma... è sicuro che sia... sicuro, capitano?" "Il PoRad t'avrebbe avvertito di eventuali pericoli come fughe di gas o cose del genere, no?" "Beh... si" "E allora entriamo" Si divisero e si misero e controllare lo scafo centimetro per centimetro, alla ricerca di uno squarcio che permettesse loro di entrare. Dall'esterno, infatti, il portello di quel tipo di navi era chiuso ermeticamente. Passò qualche minuto, poi dal lato di Frank giunse un grido: "Ehi, da questa parte!" Andrea e Mike accorsero. Frank alzò il braccio e indicò un punto in alto, vicino agli oblò del ponte di comando. "Da quell'apertura dovremmo farcela" "Sì, credo di sì. Mike, prendi il rampino" Fissarono il rampino alla corda e s'issarono dentro alla nave. Il piccolo squarcio sullo scafo li accolse senza opporre resistenza come una ferita indifesa dai batteri. Il primo a poggiare piede fu Mike, poi fu il turno di Andrea e Frank. Dentro il buio era quasi totale, spezzato solo dalle lame di luce che penetravano dai fori dello scafo. I tre accesero le lampade allo xeno e si guardarono intorno. L'interno era ancora peggiore dell'esterno: lo schianto contro la collina era stato talmente violento da scaraventare le poltrone dell'equipaggio verso la console di comando, disintegrandola. I vetri degli oblò erano esplosi e ricoprivano tutta la pavimentazione di molibdeno. Nell'aria si sentiva un odore di erba mescolato a gomma bruciata. "Che casino..." disse Mike. "Già... Frank, va a vedere se si può scendere nei cunicoli. Mike, controlla il dormitorio. Io darò un occhiata qui. Ci rivediamo fra 15 minuti" "Sissignore" risposero all'unisono. Andrea guardò meglio intorno a sè e vide che non c'era neanche una luce accesa, nemmeno quella d'emergenza, che solitamente si attivava quando tutte le altre risorse energetiche venivano meno. C'era solo silenzio, polvere e muschio che spuntava dallo squarcio. Non sapeva perchè, ma stare lì dentro gli provocava una sensazione strana, come di deja-vu. Era vero che quelle astronavi di ricognizione interstellari si somigliavano tutte, però... continuava a provare un forte desiderio di richiamare gli altri e tornarsene alla Destino III. Scacciò quei pensieri e andò verso la console per controllare se era rimasta intatta la "scatola nera" dell'astronave, parente di quella utilizzata sugli aerei terrestri ma di gran lunga più efficente: era molto più resistente e aveva una durata virtualmente eterna. Stava per spostare la prima sedia, quando vide qualcosa sotto la console. Diresse il fascio di xeno verso il basso e per poco non svenne. Per qualche secondo rimase impalato senza emettere un fiato, poi, come se qualcuno avesse rilasciato una molla, accese il PM e urlò: "Venite qui subito, venite qui!" Mike e Frank tornarono indietro correndo. "Che succede?!" chiese Mike. "Guardate" disse Andrea. I due si avvicinarono e videro. Mike si mise una mano davanti alla bocca. Frank invece non resistette e vomitò non appena lo xeno illuminò le ossa. I tre scheletri erano completamente scarnificati: a giudicare dallo stato della decomposizione, dovevano essere lì da più di dieci anni. Erano in posizioni innaturali, uno con i femori rivolti a formare un angolo impossibile col busto, un altro la cui cassa toracica quasi si fondeva con quella del terzo. Erano morti nello schianto della nave, non c'erano dubbi. "O mio Dio... O mio Dio..." disse Frank non appena si riprese. "Poveracci..." bisbigliò Mike. Andrea si inginocchiò su uno di loro e allungò una mano sotto la console. "Vediamo se abbiamo fortuna... Sì! Eccolo qui, ora sapremo chi erano" disse, stringendo in mano un piccolo chip. Lo inserì nel suo PM e quello emise una seria di bip e s'illuminò. Andrea digitò qualcosa sul tastierino e poi si bloccò di colpo. "Beh, che dice?" chiese Mike. "Ci deve essere un errore. Questo PM sta dando i numeri" rispose Andrea. "In che senso? Che nome ti dà?" "Il mio! Deve essere impazzito. Prendi il chip e provalo sul tuo, Mike." Il pilota lo inserì nel suo, armeggiò qualche secondo e poi disse: "Ma che significa?? Che cazzo significa?? Anche il mio dà il tuo nome!" Tentarono per disperazione anche su quello di Frank, ma il risultato fu lo stesso: Andrea Torelli. Uscirono dalla nave in preda al panico. Scesi a terra si guardarono intorno, osservarono bene lo scafo e tutto divenne immediatamente chiaro come i due soli sopra di loro. Quella D non era fatta di muschio. Era davvero una lettera, la prima del nome Destino III. Quella era la loro nave. E loro erano morti. 4月17日 MostroGli
uomini parlavano senza sosta da quasi un'ora. Il più giovane dei tre stonava
con gli altri due: portava un paio di pantaloncini color cachi, una
maglietta azzurra e dei sandali giallo canarino. Probabilmente si era
vestito al buio. Gli altri due erano gemelli ed erano vestiti in maniera identica: sfoggiavano un costoso completo di lino blu
scuro, camicia bianca e scarpe dello stesso colore del completo.
La ragazza se ne stava seduta sulla morbida poltrona nella hall dell'albergo e li guardava. Stava aspettando il suo turno per telefonare e, dato che non c'era niente da leggere, stava cercando di capire cosa si stessero dicendo. Era però a diversi metri e per quanti sforzi facesse non riusciva sentire nulla. Aveva iniziato ad osservare i movimenti delle loro labbra quando un'anziana signora le si piazzò davanti e le disse: "Cara, se vuoi telefonare è il tuo turno" "Oh, grazie" rispose la ragazza,
alzandosi e andando verso la cabina.
Inserì la scheda, prese la cornetta e compose il numero. In una grande città dell'Italia centrale un telefono iniziò a squllare. Una bella donna sulla cinquantina distolse lo sguardo dal gioco a premi televisivo e rispose al telefono: "Pronto?" "Ciao mamma"
"Amore! Come stai tesoro? Ce l'hai fatta a ricordarti di tua madre, eh?"
"Tutto bene mamma. Scusami se non ti ho chiamato prima, ma lo sai che qua ho un sacco da fare, no?"
"Certo, certo, lo so. Sei tutta presa a farti il bagno, prendere il sole e passeggiare sul lungomare. Che stress, poverina!"
"Eh già... allora mà, come stai?"
"Tutto benissimo. Peccato però, tuo padre è appena uscito a giocare la schedina del lotto. Non vedeva l'ora di parlarti'"
"Vabbè dai, magari richiamo domani"
"Certo certo. Tu come stai? Come va con Leonardo?"
"Meravigliosamente" disse la ragazza, scandendo ogni singola parola, come a volersene convincere lei stessa.
"Ha fatto qualcosa di strano? No, vero?"
"No, lo sai che è cambiato" disse la ragazza. Sperava che la madre non toccasse quell'argomento, ma si sbagliava.
"Le persone non cambiano mai, Claudia. Possono migliorare o peggiorare, ma non cambiano"
"Senti mà, se ti dico che va tutto
bene significa che va tutto bene. Qui il sole è splendido, il mare è
una tavola, ed io amo Leonardo. Cosa vuoi che ti dica di più? Non ti ho chiamata per discutere di cose morte e sepolte"
"Hai ragione, e so anche che lo ami, piccola, lo so. Però non ti sarai dimenticata di quella volta..."
"E invece sì, cazzo. Invece sì. Sto
cercando di dimenticare, va bene? Ti ripeto che non ti ho telefonato per sentirmi
dire cose che mi rimbombano in testa da due anni, ok? Ho chiamato per fare due chiacchiere coi miei genitori, punto"
"Scusami, hai ragione. Ma lo sai che io voglio solo il tuo bene"
"Anche io voglio il mio, e quindi
lascia stare" tagliò corto Claudia, trattenendosi dal riattaccarle in faccia. Girò istintivamente la testa verso
i tre uomini, ma erano spariti.
"Va bene, piccola, va bene. Il resto come va? Fatto amicizia con qualcuno del villaggio?"
"Mah, si e no. A dire il vero ci siamo un po' stufati di starcene chiusi nel villaggio. Stavamo pensando di andare a visitare qualche posto per cavoli nostri"
"Faresti benissimo, ti arricchirebbe culturalmente"
"Sì, anche perchè finora gli unici che si stanno arricchendo sono questi con tutti i soldi che gli diamo! Forse era meglio partire all'avventura fin da subito invece di dare soldi a questi vampiri dei viaggi organizzati"
"Sempre a pensare ai soldi, sei uguale a tuo padre!!"
Risero.
"Senti mà, devo andare. Ho lasciato Leonardo da solo sulla spiaggia, e a quest'ora si sarà rosolato"
"Ok piccola, ti lascio. Domani però richiama eh? Che tuo padre ti vuole parlare"
"Ok ok. Un bacione mà"
"Un bacione anche a te, ci sentiamo domani"
Riappese il telefono con un misto
di rabbia e sollievo. Raccolse la borsa di paglia e uscì dall'albergo,
mettendo subito il piede sulla sabbia: il palazzo era vicinissimo al
mare, era stato praticamente costruito sulla spiaggia. Era una
struttura a forma di "C", alta circa trenta metri. Ospitava migliaia di
camere, ed era uno dei più cari del Mar Rosso; la loro stanza
costava 200 euro a notte, ma non era un problema, il lavoro di Leonardo
le permetteva di vivere da gran signora.
In lontananza vide il suo ombrellone e s'incamminò verso di esso.
L'uomo stava prendendo il sole, quando una voce lo destò dai suoi pensieri: "Ciao"
Aprì un occhio, poi l'altro. Ci mise un po' a mettere a fuoco la figura che si stagliava di fronte a lui. "Ciao" disse l'uomo a sua volta. "Mi ricordo di te. Ti ho sentito suonare il piano nell'albergo, sei bravissimo" "Oh, grazie. Ma in realtà non sono così bravo come dici" "Si che lo sei. Mi veniva la pelle d'oca mentre ti ascoltavo. Studio pianoforte da un anno e suoni bene come il mio maestro del conservatorio" La ragazza avrà avuto dodici anni, forse tredici. Aveva lunghi capelli color grano, e due splendidi occhi verdi. Rimasero a guardarsi per un minuto intero, poi lui disse: "Ti ringrazio. Come ti chiami? E i tuoi genitori dove sono? Non sarai mica qui tutta sola" "Mi chiamo Laura. Mia madre è quella là che dorme" ed indicò una signora obesa sotto un ombrellone rosso alla sua destra. "E tuo padre dov'è?" disse l'uomo "Mio padre è morto prima che nascessi" "Oh, scusami... senti, ti va di andare a fare il bagno? Fa un caldo tale..." "Siiii andiamo!" L'uomo si alzò e la ragazzina lo prese per mano, portandolo verso il bagnasciuga. L'acqua era gelida, ed entrarono lentamente. La ragazzina si ambientò prima dell'uomo ed iniziò a schizzarlo. Lui non s'arrabbiò ma la schizzò a sua volta, tuffandosi e riemergendo dietro di lei. Stettero un po' a giocare, poi lui disse, indicando l'orizzonte: "La vedi quella linea là in fondo?" "Si, è l'orizzonte" rispose lei "Beh, lì finisce il mondo, e l'acqua forma una cascata senza fine" "Ma che dici, non mi prendere in giro" "Non ti sto prendendo in giro, la fantasia è una cosa seria" La bambina lo guardò come si guarda un pazzo, e si mise a ridere. Anche l'uomo rise, e disse: "Sai fare il morto a galla?" "Certo che lo so fare, guarda" disse la ragazzina, mettendosi in perfetta posizione a pancia in alto. L'uomo si avvicinò a lei, le prese un piede tra le mani e lo baciò. "Ma che stai facendo??" "Niente, niente. Ti ho dato fastidio? Non ti ho dato fastidio vero?" Gli occhi dell'uomo erano diventati piccoli, cattivi. La ragazzina lo fissò per qualche istante, poi si girò senza dire una parola e corse verso l'ombrellone della madre. L'uomo guardò quella piccola
schiena allontanarsi, e con la mente tornò indietro di due anni. Si
voltò verso l'orizzonte e rimase per qualche minuto in piedi immobile a
pensare alla cascata infinita, mentre i ricordi bussavano alla porta
della sua sanità mentale. Non si cambia, per quanti sforzi si faccia. E
per quante illusioni di carta si possano costruire a coprire il
passato.
Sua moglie era arrivata
all'ombrellone ma lui non c'era. "Dove diavolo è andato?" si stava
chiedendo, quando lo vide arrivare tutto bagnato.
"Ma dov'eri? Potevi aspettarmi prima di farti il bagno!"
"Hai ragione amore, ma faceva un caldo insopportabile e non ho resistito" "Va bene Leo... sei perdonato" disse Claudia, e lo baciò. Entrambi si distesero a prendere il sole, e lei le chiese di spalmarle la crema abbronzante sulla schiena. Mentre compiva quei gesti circolari, guardava la ragazzina. Non aveva detto nulla alla madre. Tutto era tranquillo. "Bene" pensò. Quella notte sarebbe stata sua. 4月1日 Suggestioni notturneNon l'avrei mai detto, davvero. Di solito non mi piacciono i libri di psicologia, e invece questo tomo di Freud mi ha stretto nella sua morsa. S'intitola Die Traumdeutung, meglio conosciuto in Italia come L'interpretazione dei sogni. Un bel libro, scorrevole, in grado di farsi comprendere anche da chi, come me, di psicologia non capisce assolutamente nulla. M'immaginavo un saggio scritto in un linguaggio indecifrabile, un susseguirsi di concetti assurdi, e invece non solo abbondano gli esempi (sogni di pazienti nevrotici e alcuni dell'autore stesso), ma se leggiamo tra le righe ritroviamo la storia di un uomo che nella vita ha sofferto molto, un uomo fragile amante dei libri, con le sue debolezze di padre e di marito.
La mia camera, di notte, è silenziosa. Questa sera, come sempre, quel silenzio è spezzato dalla coppia di anziani coniugi al piano di sopra, che di tanto in tanto fanno rumore. Un tonfo improvviso, poi un altro, lo scorrere dell'acqua in bagno, passi ovattati. Poi silenzio. A mezzanotte di solito non accade più nulla. Anche la mia vicina, un po' sorda, a quell'ora spegne la tv. Le uniche tracce di rumore che rimangono nascono dal vento spostato da qualche auto di passaggio che va veloce chissà dove. Ho l'abitudine di leggere di notte un po' perché durante il giorno non ho granché tempo, un po' perché mi concentro di più. Sono arrivato al capitolo nel quale Freud descrive il materiale onirico infantile e di come tale materiale possa influenzare moltissimo i nostri sogni, facendoci ricordare (e deformare), eventi che appartengono ad un passato molto remoto.
Arrivo alla fine del paragrafo e abbasso le braccia per voltare pagina quando vedo qualcosa: nello spazio formato dalla mia mano e l'angolo destro della copertina del libro vedo una piccola ciocca di capelli biondastri. Istintivamente scanso il libro, ma davanti a me regna solitaria la porta di legno spalancata ai piedi del letto. Giochi di luce, sicuramente. Con tutti questi soprammobili ci vuole poco a vedere quello che non c'è. Sorrido. Cerco di continuare a leggere, ma come sempre mi succede il sonno arriva all'improvviso, implacabile. E' inutile resistere: chiudo il libro e lo poggio sul comodino, poi spengo la piccola lampada al neon. Ed è allora che lo sento. Non sarà passato neanche mezzo secondo da quando ho premuto il pulsante. E' un tocco delicato, che mi sfiora il dorso della mano destra. In un primo momento penso ad un insetto, ma qualcosa dentro di me mi dice che quelle non sono zampette verdi. Sembrano dita, morbide e piccole dita. Riaccendo subito la lampada. Torno a vedere la mia camera: la chitarra appesa alla parete, il pc, l'armadio, i libri, e le ombre. Tutto normale. Suggestione, solo suggestione, mi dico. Più ci pensi e più il tuo cervello vede cose che non esistono. Però stavolta voglio esserne certo. Mi alzo e faccio una cosa che risale a quando ero piccolo: guardo sotto al letto. Niente, giusto qualche ciuffo di polvere che, agitato dalle coperte alzate, mi corre incontro. Cosa speravo di trovare? Un'armata di zombie appostata sotto al materasso? Non me la sento di rimettermi subito a letto, anzi, a dire il vero mi è anche venuta un po' di fame. Vado in bagno e svuoto la vescica, evitando di guardarmi allo specchio. Altro che zombie... Poi vado in cucina e mi preparo una bicchiere di latte caldo, ripensando a quel tocco. "Ho quasi venticinque anni" penso, "e ancora mi lascio impressionare come se ne avessi otto?". Accendo la tv e immediatamente mi si para davanti un professore di algebra dell'università telematica Nettuno. Spengo subito perchè rischio d'addormentarmi col bicchiere in mano. Finisco il latte e me ne torno in camera. Già dal corridoio vedo che tutto è al suo posto: i miei genitori russano nella stanza vicina mentre il silenzio avvolge la mia. Mi siedo sul letto a una piazza e mezza e fisso la finestra. Mi gratto la testa. Mi sdraio. Mi copro. Sto prendendo tempo, lo so, e so che non serve a niente. In cucina era facile riderci su, ma adesso che sono di nuovo a letto non c'è razionalità che tenga. Mi faccio coraggio e allungo la mano per spegnere la luce, tenendo gli occhi fissi sulla porzione di vuoto vicino alla lampada. Poi premo il pulsante e la stanza ripiomba nella totale oscurità. Sono cieco, e aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
E ovviamente non succede niente. "Stupido, perché la prossima volta non te ne vai a dormire con mammina? Così non rischi di avere paura" penso, e mi metto a ridere da solo come un idiota. Mi giro sul fianco facendo un rumore assordante, amplificato dalla notte e dalle molle ormai andate, poi chiudo gli occhi e il nero delle mie palpebre si sovrappone al nero della stanza. Sempre, poco prima d'addormentarmi, penso a quello che dovrò fare l'indomani, ma stavolta non faccio in tempo perché il mio cuore salta un battito e mi costringe ad aprire di nuovo gli occhi.
Non è vero, non può essere vero. Mi copro fin sopra la testa come quando ero piccolo e mi ripeto che non è vero, che non è possibile, che sono solo allucinazioni. Allucinazioni uditive. Sì, deve essere così. Ricordo di aver letto nel libro di Freud che poco prima di addormentarci vediamo e udiamo quelle che lui chiama "immagini ipnagogiche", frammenti di realtà e sogno ripescati in qualche angolo del nostro inconscio. Una terra di mezzo tra il mondo cosciente e quello onirico. Ma certo... non può essere altrimenti... Poi la sento di nuovo, molto più chiaramente, e anche l'ultimo barlume di razionalità se ne va in frantumi. In un punto alle mie spalle, forse vicino alla finestra, sento una voce di bambina. Una bambina che non avrà più di sei anni. Se non fosse morta da dodici, giurerei che quella che sto sentendo è la voce di mia cugina Elisa. "Mauro..." Non mi giro. Chiudo gli occhi e tiro ancora più su le coperte, fino quasi a strapparle da sotto il materasso. |
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