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April 27 Il tempoTi accorgi di lui solo quando voltandoti a guardare i giorni che ti son caduti alle spalle non li riconosci più April 24 La linea d'ombra - Un'analisi senza pretesePer linea d'ombra s'intende una sottilissima (e mentale) linea di confine tra due zone contrapposte. Per ciò che mi propongo di dimostrare, ossia che la consapevolezza di vivere a cavallo di una linea d'ombra porta all'alienazione, non sono interessanti le zone in sè stesse, e non solo perchè difficilmente catalogabili (si tratta spesso, infatti, di sensazioni, stati d'animo, o risposte psichiche a sollecitazioni esterne), ma perchè innegabilmente irriconducibili ad un modello unico di discernimento. Ciò che è fondamentale e che, cosa ben più importante, non varia mai, è la stessa linea d'ombra, invariabile proprio perchè neutro testimone di un incontro-scontro tra due aree inconciliabili e antitetiche. E' opportuno però, per un'analisi che sia facilmente comprendibile (e non solo da chi, forse, legge, ma anche da chi scrive), il ricorso all'esemplificazione. Avevo detto che non volevo analizzare le zone in se stesse, e infatti non lo farò. Me ne servirò solo come tramite per arrivare al nocciolo della questione. Probabilmente sconosciuta ai più, un'opera di un'autrice angloamericana, tale Charlotte Perkins Gilman, The Yellow Wallpaper, è uno specchio perfetto della situazione vissuta da una minoranza (in questo caso femminile, ma potrebbe anche essere etnica o religiosa) nei confronti di una maggioranza. E l'aspetto fondamentale è ovviamente il punto di vista dell'opera, situato dalla parte della minoranza in questione. Non entrerò nei particolari del romanzo, limitandomi a porre in luce ciò che è importante ai fini della questione: leggendolo si ha la perfetta sensazione di porsi nell'ottica femminile, un'ottica spesso distorta dalle pastoie e dalle imposizioni di una società maschilista. Come fu anche per un'altra opera, e mi riferisco a quello scrigno di valori moralistico-didattici che nasconde una corposa vena di ribellione sociale (insospettabile) che è Little Women della Alcott, il nucleo centrale è proprio l'anelito frustrato di essere sè stessi all'interno della società. La protagonista vive infatti a cavallo di questa linea d'ombra che divide il reame della Follia (conseguenza dell'anelito frustrato sopra citato) dal reame della Normalità (supina accettazione del ruolo di moglie impostogli dal marito autoritario). E' una situazione, questa, di tensione lacerante, di cosciente (ed è proprio questa coscienziosità ad essere fondamentale) indecisione tra l'abbracciare una follia che significherebbe inevitabile esclusione dalla società, con tutte le conseguenze del caso, o una normalità che porterebbe sicuramente ad un quieto vivere, ma anche all'annullamento della propria personalità, e quindi all'alienazione. Intendo però soffermarmi un attimo e aprire una parentesi su questo punto. Pensandoci bene, non porterebbe ugualmente all'alienazione lo stesso tentativo estremo di essere sè stessi a tutti i costi? Questo estremo desiderio di voler essere, magari perseguito creando qualcosa di artistico per testimoniare la propria personalità (un quadro, ad esempio, o una poesia) o di opporsi a qualsiasi tentativo oppressivo e inconciliante della società, non è ugualmente dannoso? In altre parole, è giusto e auspicabile voler essere sè stessi a tutti i costi, oppure è inevitabile quella supina accettazione di ruoli che la società stessa ci impone, e che dobbiamo assumere per poter vivere all'interno di essa? L'intento con cui sono partito era di analizzare la sottile linea d'ombra, e arrivati a questo punto mi sembra il caso di spiegare il suo ruolo, sempre valido ma in particolar modo in questo caso: la linea d'ombra in questione è la vera causa alienizzante. Sì, perchè l'esistenza di una linea, e quindi la consapevolezza di un confine tra due zone antitetiche, significa pensare di avere la possibilità di scegliere tra A e B, una scelta che si rivela sempre, e specificatamente in questo caso, utopica. E' sapere, spesso inconsapevolmente, che si avrebbe la possibilità ma che in realtà non si può (scegliere) a generare una crisi, e quindi una frustrazione a livello esistenziale e quindi l'alienazione. E' il pensare che forse si potrebbe scegliere, a scatenare il tutto. Rientrando nello specifico dell'esempio, si può quindi facilmente concludere che in realtà non è il marito ad alienare e spersonificare la nostra protagonista, ma la consapevolezza utopica che lei ha di una seconda possibiltà, di un altro modo di essere, al di fuori della società che la imprigiona. E c'è forse un'utopia più grande di quella che ci fa credere di poter vivere soli con noi stessi? April 20 XXVIIICorrevi e avevi lo sguardo muto
e sotto di te la sabbia s'alzava
perdendosi nell'acqua del mare
Il pensiero dei nostri ultimi giorni
a piedi nudi sulla sabbia
mi fa tornare alla mente quel sogno
Chissà se ancora lo ricordi
quel tuo sogno ormai sbiadito
dell'unicorno color dell'oro
Prima mi faceva ridere
ma ora vorrei essere lui
per essere ancora una parte di te
April 17 Il lupoT'aspetto e canto
guardando le cime degli alberi
Aspetto il tuo odio
venuto ad uccidermi
E se non mi troverà
saprà che il primo a morire
sarà stato il mio coraggio
L'unico grigio
che allora sfiderà
sarà quello della nebbia
caduta dalle colline
L'unico rumore
che allora sentirà
sarà figlio del vento
sulle le cime degli alberi
April 15 Nessuno ti amaSei una girandola
di mille pensieri
e di mille colori
che nessuno può vedere
perchè tutti
lasciano aperti
solo i propri occhi
Sei il cieco
fermoimmagine
di una sensazione
che non ho mai vissuto
perchè non so
raccontarti me stesso
Sei così sognante
e così solamente tua
perchè sai di essere
una terra
che nessuno ha mai scoperto
e che nessuno
scoprirà mai
April 12 4 - Linee di frontieraFuori il cielo era livido. Il vento era forte e sbatteva contro i vetri e contro i muri, ma non fischiava. Si sentiva odore di azoto. Muovendomi sotto le coperte riuscivo a sentire lo scricchiolio dei miei pensieri agitarsi dopo troppi giorni di ozio mentale. Stare lì in trincea, accucciato in attesa di attaccare o di essere attaccati, in attesa di un qualsiasi ordine che potesse spezzare quella terrificante monotonia, aveva annullato la mia personalità. Per mesi e mesi quell'apatia era stata il mio peggior nemico. Molto peggio del freddo e dei geloni sulle mani e sui piedi. Molto peggio della dissenteria e dei vermi. Molto peggio della morte che avevo letto negli occhi di tanti miei compagni. M'ero arruolato per noia. Avevo 19 anni e avevo appena finito gli esami degli studi di secondo livello, quando decisi di arruolarmi volontario nell'esercito. Era stata una decisione presa senza pensare, come lo furono quasi tutte nella mia vita. Mio padre aveva già progettato tutto per me, aveva già stabilito che dovessi studiare fisica nella migliore università della nostra città, e quando seppe della mia scelta poco ci mancò che svenisse. Ma ormai era già tutto sistemato e mi dovevano solo venire a prendere per portarmi alla stazione. Mio padre quel giorno non si affacciò neanche dalla finestra per salutarmi. Non lo rividi mai più. April 11 ParolaParola
leggera come il vento
che mi sfiora
e subito
mi dimentica
Parola
pesante come la pietra
che può far male
anche
senza intenzione
Parola
rossa come la carne
che sanguina
se nessuno
la sa ascoltare
April 09 Tu rimaniLe fantasie
vanno e vengono
ma tu rimani
Tra tante candele
che si spengono
alla fine del gioco
Lungo quei giorni
che tornano
per sempre uguali
Sotto i figli
indistinguibili
d'un temporale
Ed in quelle sere
quando penso
di voler pensare
So per certo
che tu rimani
Anche se sai
che non ti amo
April 08 3 - MacchieLa notte, quella notte, non la dimenticherò mai. Eravamo tutti in circolo a farci le canne mentre la risacca andava e veniva. L'aria era ferma, le stelle erano ferme, i nostri vestiti erano fermi. Solo il fumo pian piano saliva, prima grigio e poi azzurro, e infine diventava aria e atmosfera.
"Come... cosa?" fumò Nero
"Dicevo che dovremmo andarcene, fa freddo e sono stanco morto" ripetè Giallo.
"Nah, stiamo un altro po'"
"Ha ragione Giallo" intervenne Rosa "forse è meglio se andiamo via. Il fumo è quasi finito e..."
"La macchina è mia e io dico che restiamo un altro po'. Se volete andarvene iniziate a camminare" disse Nero ridendo
Rosa gli guardò la faccia che era a pochi centimetri dalla sua per qualche secondo e poi disse: "Che stronzo", lasciandogli il braccio e alzandosi in piedi. Nero le guardò la schiena senza neanche provare a fermarla. Gli altri non dissero o fecero nulla, erano troppo fumati per connettere. Solo Giallo, sotto sotto, se la godeva. Rosa s'avvicinò alla riva e immerse i piedi nell'acqua calda. Non era granchè bella, ma aveva fascino da vendere. Sapeva tenere banco in qualsiasi situazione, sapeva coinvolgerti. Aveva sempre qualcosa da dire e sapeva quando e come dirlo, come fanno gli attori quando dicono le loro battute, sapendo che un secondo in più o uno meno farebbe svanire l'effetto desiderato. Nel gruppo le volevano tutti bene, anzi a dire il vero Giallo le voleva più che bene, ma sapeva che Nero l'avrebbe ucciso se solo avesse avuto anche solo il vago sentore di una qualche tresca.
"Rosa vieni qui, Nero ha detto che ci facciamo l'ultima canna e poi andiamo via" urlò Viola
"Nero ha detto, Nero ha fatto, ma vaffanculo" pensò Rosa, senza voltarsi
"Rosa, m'hai sentito?"
"Lasciala stare, è pazza" disse Nero, leccando la cartina
"Ragazzi non so voi ma io ho un mal di pancia assurdo" disse Marrone scorreggiando
"Ti credo, ti sei sparato tutti i fagioli. Quando torneremo a casa non ci sarà neanche bisogno di mettere benzina" disse Giallo e tutti risero
Rosa tornò indietro e si rimise a sedere tra le braccia di Nero. L'amava, c'era poco da fare. Era stronzo e arrogante, ma l'amava. Nero la baciò in bocca e poi le mise la canna tra le labbra e gliel'accese. Giallo guardò la scena. Ogni volta che li vedeva baciarsi si sentiva morire dentro, non riusciva a farsene una ragione. Oltretutto Rosa era sempre così gentile, così simpatica, così brillante. Se fosse stata una stronza non ci sarebbe stato così male, invece si ritrovava a guardrla quasi ogni giorni e gli sembrava sempre di più la ragazza perfetta, ma irraggiungibile.
"Giallo che hai? Sei strano. A che pensi?"
"Niente"
"Nessuno pensa a niente. A che pensi?"
"A quanto sei stupido"
"Ma fottiti" disse Nero ridacchiando. Nero era simpatico quando si stava in gruppo. Era il tipico ragazzo da compagnia, ma che preso singolarmente valeva poco, o almeno era cosi fuori del contesto delle bevute, del fumo e delle cazzate. Si passarono la canna, e quando questa finì s'alzarono e si scrollarono la sabbia di dosso e dagli asciugamani. Nero si sedette al posto di guida e quando tutti furono dentro partì.
"Domani che fate? Io mi devo svegliare presto che devo accompagnare mia madre a fare delle analisi"
"Io non ho un cazzo da fare, come al solito" disse Marrone
"Io dovrei studiare" rispose Viola
"Giallo, te che fai? Giallo? Ehi, Giallo!"
Viola guardò bene Giallo, che aveva gli occhi chiusi. Lo chiamò e lo toccò, ma non rispondeva
"Oddio ragà, non risponde. Giallo! Giallo!"
"Che cazzo succede?" disse Rosa
Nero accostò la macchina e scese. Prese il viso di Giallo tra le mani e lo chiamò. Niente. Provò a dargli qualche schiaffo, ma non c'era verso che rispondesse. Allora gli sentì le pulsazioni. Tutti guardavano la scena increduli, e Rosa piangeva.
"Il cuore non batte, e non respira. Oddio pare morto"
"Morto! Ma che cazzo dici!" strillò Rosa. Era diventata isterica
"Forse un infarto..."
"Oddio oddio oddio" biascicava Viola, mentre Marrone guardava un punto invisibile oltre il vetro.
Nero tornò in macchina e partì a razzo verso l'ospedale più vicino.
La tavolozza si mischia, i colori restano. Chi è chi? Cos'è un'identità? Qui ci sono solo sensazioni e parole. Solo pensieri, odio e amore. Solo amicizia e ipocrisia. Una morte inspiegabile che genera pianti veri, e gioie nemmeno tanto dissimulate. Macchie su una tavolozza chiamata vita, nient'altro. La storia inizia in prima persona, ma chi la narra dei cinque? Forse Nero, forse Marrone. E perchè non Viola o Rosa? O Giallo, che magari non è veramente morto? Ma in fin dei conti, che senso ha chiederselo?
Un divertissement, nient'altro. 2 - IniziazioneC'è una strada di campagna dalle mie parti che attraversa un bosco. Mi ricordo il giorno in cui mio padre mi fece scoprire quel sentiero. Avrò avuto si e no otto anni quando, una mattina che prometteva pioggia, mi svegliò toccandomi il braccio.
"Dai, alzati, oggi ti porto a fare una passeggiata. Vedrai che ci divertiremo"
"Come?" bisbigliai con gli occhi chiusi. M'aveva strappato via da un sogno bellissimo, come sono tutti i sogni dai quali ci allontaniamo senza volere.
"Ti porto a fare una passeggiata, ma dobbiamo sbrigarci perchè la cosa che voglio farti vedere fuggirà via presto se non ci muoviamo"
Avevo capito metà delle cose che aveva detto, ma mi alzai comunque e andai a prepararmi.
"Non portarti dietro niente, a parte il binocolo"
"Ok papà"
La casa di campagna dove andavo ogni fine anno era stata il nido d'amore dei miei bisnonni, che l'avevano costruita prima della Grande Guerra. Era (ed è ancora) una villa a due piani che sorgeva su una radura fuori Perugia, circondata da pioppi e da abeti che quando veniva l'autunno parevano stringerla tra le fiamme. In certi giorni, e lo dico senza esagerare, sembrava di trovarsi di fronte ad un quadro impressionista. Amo quella casa, anche oggi che di quel dipinto non ne rimangono che poche pennellate circondate da serpenti d'asfalto.
Scesi le scale di legno saltando l'ultimo gradino e atterrando sul vialetto acciottolato. Ero felice. Ero felice di stare con mio padre, quell'uomo che mi sembrava una montagna e che ancora vedevo come un eroe. Il mio eroe personale.
"Dove andiamo, papà?"
"E' una sorpresa" rispose sorridendo e facendomi l'occhiolino.
Mi prese la mano e c'incamminammo nei boschi. Era ancora presto, e tirava una tramontana insolita per quel periodo dell'anno. Il cielo era pesante, e più c'inoltravamo nel bosco più questo s'ingrigiva. Ero sicuro che ad un certo punto mio padre avrebbe detto: "Meglio tornare indietro, qui finisce che ci prendiamo un bell'acquazzone", invece non disse nulla. Aveva un'aria allegra, come se avesse sistemato qualche brutto guaio. Ed io ero felice di rimando. Come temevo iniziò a piovere, e mio padre tirò fuori dallo zaino un ombrello continuando a camminare.
"Dove stiamo andando, papà?"
"Non manca molto, tra poco troveremo il sentiero che tuo nonno mi fece scoprire tanti anni fa, quando avevo la tua stessa età"
"E dove porta?"
"Lo vedrai. Ti fidi di papà?" disse sorridendomi.
"Certo" risposi.
Ma c'era qualcosa di strano, qualcosa che stonava con la sua tranquillità: era tutto il bosco intorno a noi, fitto e impenetrabile. Gli alberi, le foglie a terra, il sottobosco, tutto sembrava finto, come se stessimo camminando in un set di cartapesta. Ora che ci penso non si vedeva neanche l'ombra di un animale. L'unico rumore chiaro e netto, oltre a quello dei rami scossi dal vento, era il picchiettare prodotto dalle gocce che cadevano sull'erba.
"Eccolo, lo vedi?" disse all'improvviso
Seguii la direzione indicata dal suo indice e vidi un tratto di terreno più chiaro, divelto dalle radici e senza foglie. Era un sentiero strettissimo e leggermente infossato, fiancheggiato da radi cespugli.
"Andiamo, vieni"
La stretta della sua mano si fece più forte, e quasi mi fece male. Iniziò a diventare frenetico e impaziente e camminava sempre più in fretta, ma io ero stanco e volevo riposarmi. Quando glielo dissi mi rispose: "Tanto siamo arrivati". Ed in effetti, dopo pochi minuti, si fermò.
"Eccoci"
"Dove siamo? Non vedo niente..."
Non feci in tempo a finire la frase perchè mi sentii afferrare e mettere qualcosa in testa, e di colpo il mondo divenne tutto nero. Provai ad urlare e a chiamare mio padre, ma venni trascinato via. Feci pochi metri, poi sbattei la testa su un sasso e svenni.
April 04 Amore d'estatePrima di partire
Prima di cancellarti
Tocca il viso screpolato
di un'estate che muore
Prima che giunga la notte
Prima che ritorni il giorno
Tocca quella linea sottile
chiamata crepuscolo
Prima di parlarti
Prima di mentirti
Ti sfioro le labbra
e ti cingo la vita
No
Ancora non ti lascio
andar via
April 03 1 - Giornata al centro commercialeL'entrata è composta da due porte elettriche che si aprono una dopo l'altra per farti entrare silenziosamente, quasi a non voler disturbare i tuoi pensieri consumistici, nell'immenso centro commerciale. La cosa strana è la presenza di "due" porte scorrevoli, che già sconvolge la sua mente da vecchio. Lo spazio tra le due gli ricorda le camera di decontaminazione presenti nelle industrie nucleari, con la sola differenza che lì ci si libera dalle radioattività, qui della propria personalità. Al centro del piano terra c'è un Caffè, un piccolo, grazioso Caffè circondato da giovani e vecchi, mamme e bambini (e padri) stanchi. Le bariste e le cameriere invece paiono non sentire la fatica. "Che si droghino?" pensa Vincenzo, ammirandone i culetti giovani e sodi, e pensando a quando lui era giovane e poteva ancora darsi da fare. Distoglie lo sguardo da quel nostalgico spettacolo e si guarda intorno, scoprendo una flora impressionante. Fiori colorati e piante ovunque, coronati nel lato nord (proprio di fronte alla cassa del bar, a circa 10 metri) da un gigantesco uovo pasquale. Lo guarda e pensa che la pasqua, la vera pasqua, non ha niente a che vedere con quest'uovo di cioccolato, simbolo ulteriore della commercializzazione di tutte le feste. Ci si avvicina e fa per toccarlo ma lo ferma un inserviente: "Non lo tocchi, prego, non vede che stiamo allestendo?". "Scusi" è tutto ciò che sa rispondere. Dopo gli viene in mente che avrebbe potuto ribattere una cosa tipo 'E voi perchè non mettete un cartello con scritto NON TOCCARE?' ma ormai è troppo tardi. Tante volte era successa una cosa simile nella sua vita: una frase pensata dopo, un rossore di troppo, un ripensamento, tutto questo aveva da sempre dominato i suoi giorni. Adesso era vecchio, o meglio, forse lo era sempre stato, ma il suo carattere era lo stesso di quando era giovane. Non aveva mai saputo godersi la vita, e lo sapeva benissimo. Immerso nei pensieri è nel frattempo arrivato di fronte ad una vetrina di orologi. Lui ama gli orologi. Specialmente quelli in acciaio lucido, ne ha decine a casa. E' uno dei pochi hobby che ha. Tocca la vetrina e ci tamburella sopra col dito per un po', finchè non viene a sua volta tamburellato sulla spalla dalla commessa: "Serve aiuto?". "No, grazie, sto solo guardando" risponde guardandola in tralice. La vede fare una smorfia impercettibile con le labbra, come a dire 'Beh brutto vecchio, allora non farmi perdere tempo'. Invece risponde: "Certo, faccia con comodo". Ma ormai se anche aveva un minimo di voglia di acquistarne uno adesso vuole solo uscire dal negozio, e lo fa senza neanche salutare. Bisogna dire però che uno di quegli orologi l'aveva colpito, riportandolo indietro di decine e decine di anni. Era lo stesso, identico orologio che portava quando era giovane, al liceo, il giorno che confessò ad una ragazza di nome Liliana di amarla. La felicità di quei giorni strideva coll'immagine di lei che gli rideva in faccia. Era la stessa Liliana che dopo 10 anni, in circostanze molto diverse, divenne sua moglie. Ma questa, come si suol dire, è un'altra storia. Torniamo al nostro vecchietto, che adesso gironzola fra i negozi, ammirando e riflettendo sul grande fenomeno del consumismo. "Possibile" ragiona "che una volta entrati qui, guidati per mano dalla pubblicità, non possiamo fare a meno di comprare? Mi fanno ridere quelli che dicono che le aziende, le grandi industrie, i geni del marketing, stiano sempre attenti a soddisfare le esigenze di un pubblico largo ed eterogeneo. Non capiscono che in realtà sono loro che ci prendono e ci portano in giro tra le loro bellezze come tanti scolaretti ad una gita? Ci incamerano in tante realtà standard e ci dicono 'Tu appartieni a questo genere perchè sei così così e così, e allora per te va bene questo prodotto'. Ma chi l'ha detto? Ognuno è differente, e ognuno ha un suo proprio cervello per pensare cosa gli serve e cosa no. Nessuno potrà mai fare prodotti ad hoc per ogni singolo abitante della Terra, e così, per forza di cose, ci standardizziamo e iniziamo a pensare con la testa degli altri, con la testa di chi ha il carattere più forte del nostro, di chi nella vita è QUALCUNO. Ed ecco che nascono le mode, che poi puntualmente ritornano, e se non hai la marca del momento non sei nessuno, mentre chi è veramente nessuno è chi si ricopre di marche, che lo fa solo per crearsi un identità fittizia e rassicurante sulla quale appoggiare la propria, atteggiamento che riflette un'incapacità di vivere essendo veramente se stessi. Non ci vestiamo come ci piace, ma come ci dicono che ci deve piacere. Non mangiamo quello che ci piace, ma quello che ci dicono faccia bene. E poi questo posto, addirittura con le panchine tra un negozio e l'altro. Come se io dovessi comprare talmente tanta roba da dovermi riposare. Io sulla panchina mi ci siedo quando vado al parco con mio nipote e mi voglio rilassare e pensare, riflettere. Qui non posso neanche pensare, bombardato come sono da centinaia di messaggi. Eppure c'è gente che esce apposta per venire qui a fare una passeggiata e poi si siede su queste panchine. Forse sono veramente vecchio e non capisco come va il mondo". Che pensieri noiosi, vero? Tipici di un vecchio reazionario (come sono tutti i vecchi, in fondo). Lo vediamo adesso dirigersi verso il vero obiettivo della sua venuta al centro commerciale: il supermercato. Liliana s'è dimenticata di comprare l'uovo per suo nipotino, e stasera non vuole fare brutta figura a casa della sorella. |
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