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12月28日 Il danzatore/1L'uomo danzava. La torcia che l’aveva accompagnato fin lì s'era spenta da ore, ma lui sembrava non essersene accorto. Danzava sotto il cielo nero, al centro della radura, intorno al vecchio acero. Si muoveva a scatti, buttando la testa all'indietro con strani gesti improvvisi. Danzava piegato sulle gambe in una posizione innaturale, con le piante dei piedi poggiate sull'erba bagnata di rugiada solo grazie alla punta, e il corpo quasi parallelo al terreno. Ruotava il busto da una parte all'altra, seguendo il ritmo dei tamburi disposti a cerchio intorno a lui. Ogni minuto che passava, i tamburi diminuivano il tempo tra un battito e l'altro, e le collane e i bracciali che l'adornavano smisero di emettere tintinnii isolati, gradualmente sostituiti da un costante, animalesco brusio. I capelli, legati in una miriade di treccine, erano l’unica parte del suo corpo a non seguire i tamburi: come una cascata di schegge d'ebano, essi dondolavano al lento ritmo del suo cuore deforme. L’uomo era andato lì da solo. Il rituale doveva essere rispettato nei minimi particolari o, nel migliore dei casi, non avrebbe sortito alcun effetto. Sapeva, nello stesso momento in cui aveva aperto gli occhi, all’imbrunire, che la morte lo stava aspettando vestita del bianco della luna piena, ma questo non lo spaventava affatto. Le parole dei saggi e le grida d’incoraggiamento dei compagni l’avevano reso un burattino, i cui fili erano tirati da tutta la sua tribù. Prima di essere totalmente soggiogato dal fato che gli era stato cucito addosso come la sottile veste del rituale che indossava mentre danzava intorno al vecchio acero, aveva pensato che la morte l’avrebbe preso comunque, entro poco tempo. I saggi sciamani, infatti, avevano visto dentro il suo corpo, avevano letto nel suo cuore, e vi avevano trovata scritta la parola deforme. Il suo cuore era malformato, così avevano detto gli sciamani, e quindi sarebbe morto comunque, prima o poi. Meglio non sprecare quel destino crudele, ma incanalarlo nel rituale. E lui aveva accettato con onore. L’avevano spinto ad andare nella radura dopo avergli fatto per giorni e giorni il lavaggio del cervello. Veniva elogiato dagli uomini, sedotto dalle donne, venerato dagli anziani. Tutto affinchè andasse lì, quella notte precisa, a compiere il rituale. Tutto affinchè diventasse il Kandè, “colui che danza”. Il terrore instillato nelle menti della gente della sua tribù dai saggi sciamani era più forte di qualsiasi legame familiare. Erano tutti terrorizzati dalle conseguenze predette dagli anziani: anche gli amici più vicini, persino suo fratello, l’unico familiare sopravvissuto all’ultimo scontro tribale, lo spinse tra le braccia della morte. Quando finalmente arrivò il giorno del rituale, lui era raggiante. Non sentì neanche il dolore dell’ago che gli trapassava la carne per cucirgli addosso il sottile vestito rituale. Era concentrato su ciò che doveva fare, e sulla ricompensa che avrebbe ricevuto nell’altro mondo. Istruito a dovere era dunque partito dal suo villaggio al crepuscolo, con solamente una torcia ad illuminare i suoi passi tra la boscaglia e le tracce di sangue lasciate dalla carne cucita ancora di fresco, che avrebbe permesso alla gente di seguirlo e di ritrovarlo ritto e immobile davanti all’acero rinsecchito nella radura. Alle sue spalle, i suoi compagni avrebbero atteso con lui il segnale dal cielo, e poi si sarebbero disposti a cerchio intorno al Kandè, facendo spazio davanti ai suonatori di tamburo e agli anziani. Tutti dovevano assistere al rituale, nessuno escluso. Nei tempi addietro, almeno così ricordavano i più anziani, probabilmente per incutere terrore, chi si rifiutava di partecipare al rituale veniva impalato. Quella sera erano tutti lì, in attesa che dal cielo arrivasse il segnale. Tutti col naso all’insù a guardare Kira, la “bianca signora”, aspettando la sua fine. Quando finalmente lei iniziò a morire, l’uomo s’inginocchiò di colpo, senza emettere un fiato e, assunta quella posizione assurda, iniziò a danzare intorno al vecchio albero. La gente era nel più totale silenzio. Gli unici rumori venivano dalla boscaglia intorno. Si udiva l’eco di qualche lontana civetta e i movimenti furtivi di alcuni cinghiali tra i cespugli. Su tutto, il fruscio degli alberi, rassegnato e implacabile come i lamenti d’un torturato. Alcuni, tra la folla, guardavano in alto, spaventati ma al tempo stesso curiosi di vedere la morte di Kira. Altri, i più giovani, tenevano gli occhi fissi sul Kandè, seguendone con lo sguardo ogni minimo movimento, alzando di tanto in tanto il braccio e dando di gomito al vicino. Altri ancora non volevano guardare, e tenevano gli occhi abbassati. Tra gli anziani, che avevano visto già altre volte il rituale, balenò qualche sbadiglio, malcelato da mani rugose. D'un tratto, dalla folla si levò un canto. Era un canto leggero come il vento d'estate, fatto di suoni dolcissimi e di rumori discordanti, di melodie e di grida isteriche. Non nacque da una sola persona, ma da un gruppo di anziane donne in disparte, che probabilmente avevano assistito a quel rituale per anni e anni, e sapevano che quello era il momento giusto per attirare gli spiriti. Il canto a poco a poco aumentò d'intensità e tutti, anche i più giovani della tribù che ancora non lo conoscevano, s'unirono agli altri. Cantare insieme alla propria gente dava un senso indescrivibile d’appartenenza alla vita. Percorrere con le proprie corde vocali suoni emessi dai propri nonni e bisnonni, pensavano, ti dava la possibilità di capire un po' di più chi eri veramente, e ti rendeva il mondo, irto di pericoli ed agguati mortali, un po’ più sopportabile. Tra i suoni di quel canto discordante e fuggevole che sembrava generato dalla stessa foresta, da una innaturale fusione tra i suoni delle bestie e quello della natura, s'affacciarono le prime parole. La loro apparizione fece diminuire ancora di più il tempo fra un battito e l'altro dei tamburi, e l'uomo parve essere colto da convulsioni. Le parole l'avevano scosso, perchè era l'unico, grazie al suo stato di trance, a poterle capire. La folla intorno a lui che le pronunciava, invece, non ne conosceva il significato. Le leggende sulle parole di quel canto si perdevano nei ricordi frammentari degli anziani, e la storia di Ubar, colui che secondo il mito aveva trovato dei segni tracciati su un acero migliaia di anni prima, e che poi gli aveva associato quei suoni che ora avvolgevano quell'uomo e l'albero, era ormai intrisa di fantasia e immaginazione. 12月24日 ManiTi chiedo di non guardare
la mie mani che si poseranno
e tremeranno su di te.
Leggere, saranno come
due farfalle senza polvere
che ti sfioreranno i fianchi
e ti accarezzeranno i seni.
Che saliranno su, contando
le vertebre della tua
schiena e che timorose,
come un ladro inesperto,
ti cingeranno il collo.
E che poi continueranno,
il palmi premuti sulle guance,
i pollici di taglio
sulle labbra e sul naso.
Quando si fermeranno,
tu finalmente aprirai gli occhi
e mi guarderai.
Io, lo sai,
l'avrò appena fatto.
12月22日 Non tutto è ironico quel che finisce taleHa i capelli come la seta, la donna che si rotola coi vestiti strappati tra gli spruzzi e gli scogli. La ferita sulla testa non si vede più, ormai, il sale del mare l'ha pulita, l'ha disinfettata dal male che le ho fatto.
Sono un mostro.
Chi uccide le donne, chi solo le tocca con l'intenzione di farle soffrire, è un mostro. Ma non sono sempre stato così.
C'è stato un periodo in cui uscivo con loro, in cui le desideravo, in cui, a volte, le amavo.
Mi donavo a chi mi stava vicino, quei giorni, e loro lo sentivano. Me lo dicevano senza parlare: era quella fiducia racchiusa nel tono della prima parola che ti rivolgono quando ti parlano. Un tono di voce che sfuma nel sospiro, caldo come le loro guance arrossate.
E poi c'erano le loro mani. Le mani delle persone m'hanno sempre attratto. In loro leggevo, senza preoccuparmi di seguire fantomatiche righe e pieghe, la personalità di chi le possedeva. Durante la mia vita mi sono passate sotto gli occhi, e sotto le mie, mani di tutti i tipi: ironiche, ciniche, sensuali, frigide, bambinesche, deformi, affusolate. Le mani dicono moltissimo, forse più della voce. Ma dobbiamo stare attenti, non è sufficiente lo sguardo. Da come ti toccano, da come cercano la tua compagnia, da come rispondono ad una tua stretta. Si possono capire tante, troppe cose, solo lasciando che una persona risponda ad un nostro piccolo gesto d'affetto.
C'è stato un periodo, lo confesso, in cui cercavo il loro calore, ma ora non c'è più.
La donna adesso ha smesso di rotolare, e i vestiti le si stanno staccando di dosso. Il mare la sta spogliando col tocco d'un amante impaziente. Aveva solo una camicetta ed una gonna, quando abbiamo fatto l'amore qui davanti alla scogliera. Ecco, ora è nuda, e nuda scivola tra gli scogli senza impedimenti. La risacca me la porta via, abbracciandola come io non ho mai saputo fare.
L'ho uccisa perchè non ho avuto il coraggio di uccidere me stesso. Sono un codardo, oltre che un mostro, non c'è bisogno neanche di scriverlo. Ma chi può giudicarmi? Come posso spiegarvi perchè l'ho fatto? Come posso spiegarvi che da qualche anno non riesco più a provare niente, la benchè minima sensazione, il più stupido sentimento? Sono vuoto, e come può raccontare il vuoto una persona che ce l'ha dentro?
Ciò che più mi fa male è che persino in questo istante non provo nulla. Ho ucciso una persona che mi amava, che quando mi guardava i suoi occhi si striavano d'oro, e penso a cosa devo fare domani.
A proposito, domani c'è la partita! Devo sbrigarmi a chiamare Marco che ha la parabola. |
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