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December 31 Ogni tanto sono me stesso, o almeno ci provoEra tanto che non scrivevo nel blog. "Ma come," forse diranno quelli che leggono, "l'ultimo intervento risale a pochi giorni fa!". E invece è così. Quando dico "scrivere nel blog", intendo scrivere come se stessi parlando con un amico, senza usare maschere o metafore. In questo momento sono io e, fidatevi, capita raramente da quando ho il blog. La stragrande maggioranza delle volte scrivo dei problemi che ho, delle cose che mi capitano, che vedo, che sento, che ricordo. A volte scrivo anche dei sogni che faccio e di quelli che vorrei fare, altre volte invento e basta. Tutto questo da più di un anno, da circa 15 mesi. 15 mesi molto significativi e densi d'avvenimenti. All'inizio il blog non era così come lo vedete adesso, era nero, tetro, metallaro. E forse c'erano scritte cose più sensate, o più interessanti, ma non è questo l'importante. Ciò che conta è che lo aprii perchè volevo scrivere di me stesso ed esorcizzare i miei problemi, ma dopo qualche mese lo chiusi, perchè capii di non essere riuscito nel mio intento. Ero sempre io, pur dopo aver scritto decine e decine, forse centinaia di post. Ero sempre io, Mauro, un tipo timido e chiuso, incapace di relazionarsi in un certo modo con le persone. Ero sempre io e non doveva essere così. Non era questo che m'ero prefissato. Speravo di cambiare, di aprirmi, di urlare quello che avevo dentro, ma m'accorsi che anche facendolo non cambiava nulla. E allora chiusi baracca e burattini.
Mentre scrivo sono le prime ore dell'ultimo giorno di un anno che muore, un anno come un altro, o quasi. Già, quasi. Molto quasi. A volte mi guardo e penso che il mio comportamento sia sbagliato. In questo momento sto usando questa tastiera e questo monitor come uno psicologo, e probabilmente quelli che mi leggeranno si annoieranno (ma saranno sicuramente pochi). Davvero, è stranissimo. Non ho mai usato questo pc come un vero e proprio analista. Mi fa veramente strano scrivere a ruota libera di me stesso, finalmente senza il bavaglio della metafora e dell'analogia. A questo pc, sicuramente, la prima cosa che devo confessare è di essere sempre stato un tipo problematico. Più passa il tempo e più me ne rendo conto. Ora sto per fare un paragone un po' difficile e pesante, forse sconveniente, ma lo farò perchè questo è il mio blog, questa è la mia tastiera e ci scrivo quello che mi pare e piace: da qualche tempo ho scoperto di soffrire di una leggerissima forma di autismo. Per carità, niente di grave, eh. Non sono uno chiuso in se stesso che non parla con nessuno e non riesce ad instaurare nessun rapporto, anzi. Ho pochi amici ma buoni, molte persone a cui voglio bene, adoro stare con le persone e ridere e scherzare, ma... C'è un MA grosso quanto una casa. Ma non riesco mai a darmi completamente. Ad un certo punto mi blocco, non riesco ad esternare completamente quello che ho dentro. Per non parlare del fatto che spesso mi assento e sono come staccato dal reale, come se vivessi per 5 minuti nel mio personale, stupendo mondo. Spesso e volentieri prediligo la mia compagnia, sono freddo, direi incapace di amare. E' strano a dirsi, ma per quanto possa star bene con una persona, alla fine la mia compagnia è quella che preferisco. E parlo di chiunque, genitori compresi o amici stretti. Non mi fraintendete, io adoro stare con loro, ma a differenza di quasi tutti che non riescono a stare per tanto tempo soli con se stessi, io potrei starci anche tutta la vita. Non temo la solitudine forse proprio perchè non riesco a relazionarmi come si deve col mondo esterno, e quindi non riesco a trarre la gioia che ne tutti ne traggono, senza la quale si sentono, appunto, sperduti e soli. Forse è questo: non temo la solitudine perchè non riesco ad affrancarmi completamente dal mio IO, e quindi non riuscendo ad apprezzare tutte le bellezze del vivere la vita sociale non ne sento neanche la mancanza.
Nei rapporti sociali, e intendo rapporti sociali di tutti i tipi, non riesco mai a pormi totalmente verso l'altro. Sembra sempre che io guardi solo verso me stesso, come se avessi paura, ma non si tratta di questo. E' proprio il mio carattere, il mio modo di essere, a costringermi a guardare me stesso. Io vorrei relazionarmi in maniera normale, come vedo fare alla maggior parte della gente, ma ogni volta è la stessa storia. Quando si sta in gruppo, e si rimane sullo scherzo, sulla risata, tutto va bene. Ma dopo un po', ci potrei quasi mettere l'orologio, subentra la noia e la voglia di andar via, di stare con me stesso. Arriva inesorabile la voglia di solitudine. Questo accade meno quando sto solo con un altra persona. Quando sto con un altra persona, ad esempio un amico, va tutto benissimo. Benissimo nel senso che non sento il bisogno di stare solo, ma come sempre non riesco a dare totalmente me stesso. Il grosso problema sorge quando, sempre nel rapporto con un singolo, si deve andare oltre l'amicizia. Quando accade questo subentra sempre la noia e la mia chiusura verso il mondo esterno. Sono un po' egocentrico eh, lo ammetto, e sarà anche questo che mi crea problemi. Mi vedo quasi sempre un gradino al di sopra degli altri e lo dico senza falso pudore. Non mi vedo necessariamente più bello o intelligente, ma migliore dal punto di vista etico e morale. Dal punto di vista spirituale. Difficile da classificare questo parametro di giudizio, vero? E' una cosa che si sente a pelle, ma chiunque l'ha provato almeno una volta nella vita. Il problema è che io lo sento quasi sempre. Se sommiamo questo al fatto che non riesco a relazionarmi a dovere, capirete perchè non odio la solitudine e perchè sono un quasi perenne single. C'è chi dirà che sono uno stronzo, leggendo tutto questo, ma chi mi conosce bene non lo direbbe mai (almeno spero). Direbbe probabilmente il contrario. Forse qualcuno dirà che sono un po' egoista, ed è vero, ma stronzo no. Ah, un'altra cosa: sapete cosa mi capita spesso? Di desiderare di star male. Non fisicamente, intendiamoci, ma interiormente. Strano vero? Sarà che ho del masochismo latente...
Tornando a bomba, ho iniziato a scrivere questo intervento (usiamo l'italiano invece di post) per sfogarmi un po', come faccio sempre. Stavolta però, come si vede, l'ho fatto senza usare veli o maschere di sorta. E devo dire che m'ha fatto sentire meglio, molto ma molto meglio. Quando avevo iniziato a scrivere ero nervoso e un po' depresso, adesso sono tranquillo, d'umore neutro. Passivo direi. Ok, cosa m'è rimasto da dire a 'sto pc? Mi sa che ho scritto quasi tutto quello che mi sentivo di scrivere. Insomma fatto sta che dopo aver chiuso il vecchio blog, forse perchè mi mancava accendere il pc e scrivere cazzate, ne ho aperto un altro. Stavolta bianco come lo vedete, l'opposto di prima, ma sempre con la stessa impronta, anche se forse meno ispirata. Bene, questa è la fine, this is the end, ragazzi. Sono e rimarrò un tipo strano e chiuso, ma non mi ci dannerò più, semplicemente ne prenderò atto. O almeno ci proverò. Chissà, magari un giorno diventerò anche un Uomo Invisibile, come il titolo del blog, sempre che già non lo sia. Non intendo invisibile in senso letterale eh, ma come il protagonista di un romanzo di Ellison. Leggete, ragazzi, leggete... December 25 1 - Il giorno dell'impiccagione"Andiamo a scorrere la tua memoria, vuoi?"
"Tutto quello che si può fare affinchè io stia meglio, lo farò"
"Bene, allora. Iniziamo"
Il bambino aveva raccolto una piccola mela e se l'era infilata in tasca. Era caduta dal carrello d'un venditore ambulante, lui l'aveva vista e l'aveva presa di nascosto da sua madre, fingendo d'inginocchiarsi per allacciarsi le scarpe.
Le persone emanavano tutte lo stesso odore di stanchezza, mentre le espressioni sulle loro facce erano quanto di più eterogeneo si potesse immaginare: c'era chi rideva e dava di gomito al vicino, c'era chi guardava fisso quell'oggetto che catalizzava l'attenzione delle centinaia di persone accorse, c'era chi guardava in basso e pregava, c'era chi guardava il cielo minaccioso. Il bambino stringeva la mano di sua madre, ed era tranquillo. Era un bel bambino, piuttosto alto per la sua età e ben proporzionato, con tanti riccioli neri che gli ricadevano sopra due grandi occhi grigi. Stranamente, perlomeno rispetto al solito, il bambino non assomigliava per niente a sua madre. Non che lei fosse stata una donna promiscua, intendiamoci, semplicemente il caso aveva voluto che non contribuisse all'aspetto esteriore di suo figlio. Caratterialmente, invece, ne era il ritratto: ribelle e senza pietà.
Per farvi capire che tipo era il bimbo, occorre fare un passo indietro. C'era stata una volta, non molto tempo addietro in verità, quando lui aveva sei anni e sedeva sul grembo della madre. Lei gli stava raccontando una favola di fronte al fuoco, stremata dalle sue richieste che l'avevano costretta ad interrompere la preparazione della cena. Lei sapeva che suo marito si sarebbe arrabbiato a morte nel trovare il piatto vuoto, ma il sorriso che suo figlio le aveva regalato sentendosi dire "E va bene", valeva qualche urlo e forse anche un paio di schiaffi. Fuori nevicava da ore, e non si vedeva nessun temerario camminare attraverso le finestre ornate di bianco. Lei dondolava suo figlio e raccontava l'unica favola che conosceva a memoria, quella dell'albero di Simulaun che migliaia di anni prima prese vita e protesse il loro paese dagli attacchi dei barbari del nord. Erano arrivati al punto in cui il mago risveglia l'albero con una formula magica, quando sentirono bussare alla porta. "E' arrivato papà!!" urlò il bambino, scendendo dalle gambe della madre e andando verso il pesante uscio di legno. Ma la figura che si trovò di fronte, ormai completamente bianca, non era suo padre. L'uomo entrò di forza spingendo il bambino di lato, e si diresse verso sua madre. Gli strilli di lei si levarono in fretta, ma con eguale fretta si spensero. Nessuno l'avrebbe potuta sentire, quella notte. Il vento era troppo forte e la neve tratteneva a se ogni suono, smorzandolo in un candido abbraccio fatale. Il bambino vide tutto, paralizzato dal terrore. Vide quell'uomo, enorme ai suoi occhi, violentare sua madre che ormai neanche si divincolava più. Quando l'uomo ebbe finito, si rivestì, sputò sul corpo svenuto di lei e si girò per andarsene. Grande fu la sua sorpresa nel trovarsi di fronte una canna lunga quasi venti centimetri, rifilata d'argento. L'ultima cosa che l'uomo pensò fu come riuscivano quelle piccole mani a tenere in mano quel così grande arnese di morte. Il bambino premette il grilletto ed il cervello dell'uomo dipinse lo specchio ed il muro intorno ad esso.
La gente urlava, era impaziente. Aveva ormai cominciato a piovere e le fiaccole tremavano sotto il peso delle gocce; i fuochi più deboli s'erano già spenti e l'odore acre del fumo si mescolava a quello della gente. Ad un tratto, come i tasselli del domino che cadono uno sull'altro, tutte le teste si girarono verso un punto preciso: il momento atteso da tutti era arrivato. Fece la sua comparsa dall'imbocco principale della piazza il carro con sopra il condannato a morte. Il conducente lo guidò attraverso la folla, tagliandola a metà e ricevendo da esso quintali di frutta marcia. Quando il condannato passò vicino al bimbo, quest'ultimo si divincolò dalla stretta della madre e, elevandosi sulle punte dei piedi per quanto potesse permetterglielo la folla, lanciò la piccola mela che aveva raccolto addosso all'uomo, colpendolo in pieno viso. I loro sguardi s'incrociarono per un istante: sotto gli stessi riccioli neri lampeggiavano gli stessi, grandi, occhi grigi.
Quell'uomo era suo padre. Gita allo zoo (di nuovo)
E' all'ombra
d'un salice addormentato
che ti vedo
ed attrai la mia attenzione
Sei solo in quella enorme gabbia
Vengo verso di te Mi fermo davanti
ai tuoi occhi neri
e respiro
le tue mute domande
Smettila di guardarmi Non ho le risposte che cerchi
Non ho chiesto io d'essere portato qui e di udire il tuo lento
silenzio
rispondere alle nostre urla animalesche Caducità relativaNon mi sento
come una foglia
su d'un albero autunnale
che il vento
o la pioggia
ne accompagnano la morte
ma come un aquilone
sfuggito
ad una piccola mano
e seguito
con lo sguardo
dietro ai palazzi
E' giusto, per chi non sa trarre da uno sguardo un'intera vita, restare da solo una vita intera?
December 23 Silenzi e musica (Mallarmè)SI
Amico mio
per quanto tu sia sereno
L'AMORE muore
lungo i campi
bruciati d'estate
In silenzio e SENZA NESSUNO
senza te stesso
COME FAI
sai dirmi
COME FAI
a ragionar ed ammettere CHE
non sai amare?
edirediavere
un cuore
nero?
TU COME FAI
a dire di voler
fuggire lontano
se neanche
sai
DOVE?
se neanche t'accompagna
una mano? December 19 Svegliatevi dormientiSvegliatevi dormienti
dal sonno della ragione
Dove siete andati tutti
quando io volai dalla collina?
Dite d'esser morti e forse
lo siete per davvero
Svegliatevi stupidi dormienti
così vicini ma sempre lontani
Dove vanno le vostre facce
che si rivolgono al vento?
Vanno dove vi porta il vostro dio
dove io non sarò mai presente
Svegliatevi falsi dormienti
e camminate per la vostra strada
Dove fuggite e dove amate
se non sapete perchè lo fate?
Parlate del mondo intero
e non abbiate paura d'aver torto
Svegliatevi strani dormienti
ubriachi di false idee
Svegliatevi e gridate
sempre più forte
Svegliatevi dal sonno
che non vi fa agire
Svegliatevi dai sogni
delle vostre fantasie
December 14 Un ricordo (non riesco più a scrivere, sono totalmente privo di fantasia)Ho pensato a te ed alla tua splendida immagine. Era là, sopra quel mobile bianco che volevi spostare vicino alla finestra, ricordi? Quel giorno eravamo sdraiati sul mio letto e tu piangevi, piangevi senza sosta. Io non potevo far altro che seguire ed imitare le tue lacrime ed ascoltare i tuoi leggeri, sommessi singhiozzi. Com'erano calde quelle piccole gocce salate, proprio come quelle di una bambina che ha perso per sempre la sua bambola preferita. Eravamo nudi, zebrati dalla luce che penetrava dalla serranda abbassata e ti tenevo stretta a me, baciavo i tuoi capelli profumati. Non importava nulla in quel momento, neanche il fatto che le tue lacrime fossero diverse dalle mie, e che forse io lo sapessi molto, molto bene. Ero lì con te, e basta. Con te che m'avevi giurato di non riuscire a piangere mai e che invece, improvvisamente, facesti crollare le tue difese sopra di me.
Chissà perchè, ma il ricordo che ho di te, il ricordo più distinto e netto, è proprio questo.
E' il ricordo di un abbraccio.
December 03 Una panca di marmoLa luce inclinata del sole morente ricreava nel patio un gioco d'ombre che mi riportò alla memoria mia madre.
Passivamente, senza che ne ricercassi il ricordo, mi tornò in mente l'odore del freddo che avvolgeva quel lontano giorno. Era un freddo secco di cui ricordo perfino l'odore, un freddo che neanche un sole spendido e non filtrato riusciva a stemperare. La stessa angolazione dei raggi, la stessa temperatura, le stesse mani ghiacciate, le stesse foglie immobili mi si ripresentavano davanti agli occhi.
Il cielo era sgombro di nuvole e l'aria era pulita, quel giorno di fine gennaio. Quel tardo pomeriggio ero particolarmente felice perchè ero riuscito a mettermi le scarpe di mio fratello maggiore senza che lui se ne accorgesse. Godevo e gioivo per le piccole cose, godevo dell'aria, del cielo, di me stesso. Godevo del pallone al quale tiravo i calci. Godevo a stare con mia madre. Mia madre si chiamava Marcella ed ora è morta. Era una bella donna, e lo è stata fino all'ultimo dei suoi giorni. Aveva il mio stesso carattere timido, ed era stata come me una ex-grassa. Ero legatissimo a lei: scorrendo le foto che ho a casa non c'è n'è una dove non le tengo la mano o le do un bacio sulla guancia. L'obiettivo della macchina fotografica si rifletteva in due paia d'occhi completamente diversi: i miei, innocenti e sinceri, gli stessi occhi azzurri che ha mio padre; ed i suoi: strani, mistificatori, velati. Verdi come la pelle d'un serpente.
Fu quell'odore gelido, in particolar modo, a far tornare in superficie quei pezzi di memoria che giacevano nel mio cuore da tanti anni. Ricordi soffocati fatti riaffiorare alla maniera di Proust: passivamente, senza alcun controllo. Con la sola differenza che per lui ritrovare il tempo perduto era fonte di gioia e di paradiso (l'unico vero paradiso è quello che abbiamo perduto), mentre per me signficava scontrarmi con un periodo della mia vita che racchiudeva solo odio e schifo, un periodo che avevo affidato all'oblìo. Quel freddo, quella luce, il rumore della palla che sbatteva sul muro e ne faceva cadere i pezzi, persino quell'ora del giorno, tutto converse a formare il ricordo di cosa accadde su quella panca di marmo intarsiato. |
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