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November 25 Lo mismo que te quiero te quisieraNo me mueve el Amor para quererte,
ni la fuerza de sus flechas tan graves,
ni me mueve lo que para los aves
es vida, sueño, y en fin la muerte.
Tú me mueves, amor; muéveme el verte
dormida, despierta, mirando las naves;
muéveme ver tus dedos tan suaves;
muévenme tu sonrisa y tu suerte.
Muéveme, en fin, tu amor, y en tal manera,
que aunque me engañaras, yo te amara,
y aunque te murieras, para ti viviera.
No tienes que me dar porque te quiera,
pues aunque cuanto espero no esperara
lo mismo que te quiero te quisiera.
Rielaborazione del sonetto "A Cristo crucificado" di Francisco de la Torre November 24 Ferim, Reth e il tempoFerim: Sono ossessionato dal tempo.
Reth: Spiegati meglio. Ferim: Credo che il tempo sia l'unico grande enigma dell'universo, quello che non riusciremo mai a capire perché ci viviamo dentro. Reth: Uhm... Ma perché enigma? Cosa c'è da capire? Ferim: Tutto, maestro. La successione degli anni, dei mesi, dei giorni. Il calare e levarsi del sole. Il vivere. Reth: Dimmi una cosa: credi in Dio? Ferim: No, maestro, per quanti sforzi faccia non riesco a credere in qualcosa di eterno e perfetto. Reth: Bene, vai avanti. Ferim: Dico enigma perché cosa ne sappiamo noi del tempo? Cos'è? Noi viviamo e muoriamo e tutto ci sembra trascorrere in un secondo. Nasciamo e siamo già vecchi. Passiamo una notte con la persona che amiamo e pensiamo: "Ora tu sei qui con me e non importa nient'altro", e poi in un battito di ciglia è tutto finito. Reth: Capisco. Ti faccio un'altra domanda: sei felice? Ferim: Non credo nella felicità. Credo nella tranquillità mentale, nella sicurezza in sé stessi, nella volontà di vivere; ma non credo nella felicità costante. Forse in qualche sprazzo... Reth: Ed è così. Ma tu non hai nulla di ciò che hai descritto, vero? Ferim: No, maestro. Reth: Bene, vai avanti. Ferim: Tante notti ho sognato di vivere per sempre, maestro Reth. E tante notti ho pianto svegliandomi ancora mortale. Però crescendo ho capito che la morte è una benedizione, perché ci libera dal "perpetuo presente" del tempo. Reth: Perpetuo presente? Ferim: Sì, maestro. Noi viviamo solo nel presente. Il passato e il futuro sono solo sensazioni, invenzioni. Vaghi ricordi e speranze. Il giovane ha ambizioni nel futuro, il vecchio vive del suo passato. Per questo io penso che tutti dovrebbero vivere la propria vita preparando i propri ricordi per la vecchiaia. Talvolta vorrei essere un animale, incosciente di essere vivo né di dover morire. Reth: Assolutamente vero. Ferim: Spesso si dice che il passato e il futuro siano imperscrutabili. E' vero, ma lo sono perché i nostri ricordi sono solo interpretazioni, e non abbiamo la capacità di prevedere ciò che accadrà. Reth: E il presente? Ferim: Il presente è il vero enigma. Più il tempo si avvicina a noi, più è ADESSO e meno possiamo capirlo. Perché non lo possiamo studiare, vedere, analizzare. Perché è la vita. Il mistero della vita è in quell'attimo che quando lo nomini è già sparito. Reth: Capisco. Ferim: Solo questo? Capite e non avete niente da dirmi?
Reth: Hai già detto tutto.
Ferim: Ma la mia testa è piena di domande e...
Reth: Credi si possano risolvere? Credi che io sappia quello che ti tormenta?
Ferim: Ma, io...
Reth: Tutti abbiamo sofferto quello che stai passando tu. Sono vecchio, e ho sprecato la mia gioventù. Ho perso occasioni per essere felice, credendo di avere tempo. Era ieri che correvo, e oggi sono paralizzato. Era ieri che amavo, e oggi non posso che guardare. I miei ricordi sono inutili, vorrei distruggerli, ma non posso. Sono come un corvo che, quando lo interrogo, mi dice sempre la stessa, terrificante, parola: "Mai più". E ciò che non capisco è perché continuo a chiedergli di raccontarmi la mia banale storia.
Ferim: Forse perché il destino dell'uomo è nella morte.
Reth: Forse. Ma la sorte di alcuni è ancor peggiore: sentire il bisogno di autodistruggersi. November 17 AyerDerramaban viento nada más abrirse tus labios, ayer. Un gesto inocente en su primera vez me condenó. ¿Por qué no me traicionaste cuando podías? Te ruego, niña, déjame que olvide aquellos raros días. Déjame que me vaya y que no vuelva jamas. No puedo más esperar un día que nunca llegará. Derramaban viento nada más abrirse tus labios, ayer. Essere sé stessiCosa poteva fare di più, oltre essere sé stesso? Capire cosa significasse "essere sé stesso", ecco cosa. Troppe volte, durante la sua breve vita (aveva solo l'età di raccordo tra la vecchiaia e la giovinezza), si era sentito dire: "Per stare bene nella vita devi essere semplicemente te stesso". E ogni volta che ascoltava queste parole rimaneva perplesso. "Sì, avete ragione" pensava, "ma voi sapete cosa significa, in fondo, essere sé stessi? Voi vi conoscete? Sapete cosa siete?". Domande che rimasero per sempre irrisolte, ma che trivellarono il suo cervello in profondità durante quegli strani giorni di fine innocenza. Il suo problema principale era il non essere mai completamente a suo agio se non da solo. Solo quando si trovava nella sua stanza (o nell'ascensore, o in qualsiasi altro posto senza due occhi piantati addosso), era davvero sé stesso. E, cosa ben più importante, solo in quelle situazioni non arrossiva. Esattamente: lui trascorreva buona parte delle sue giornate ad arrossire. Spesso era addirittura sufficiente guardarsi allo specchio o pensare a qualche situazione imbarazzante per diventare color peperone. Il suo livello di timidezza era, in tutti i sensi, patologico. Patologico perché non era una timidezza "sana", che alla fine, superato lo scoglio iniziale, porta allo scoperto la proverbiale forza d'animo dei timidi. Era, al contrario, una timidezza che non conduceva a nulla. O meglio, portava con sé altra timidezza (come in una voragine che si scava man mano che uno ci cade dentro), che derivava dal fatto di sapere di non avere niente da offrire al prossimo. Né simpatia, né brillantezza, né intelligenza, né sensibilità. Un circolo vizioso dipinto di rosso. Eppure non era stato sempre così. Lui ricordava, ne era certo, di essere stato un ragazzo "normale", molto tempo addietro. Scrivo "normale" fra virgolette perché non mi piace utilizzare il concetto di normalità, è una consuetudine cui la società ci ha abituati (ma si sa, anche se errate, tali consuetudini ci fanno comprendere meglio la vita; o parte di essa, che poi è lo stesso). Ricordava, ad esempio, di avere qualcosa di esplosivo dentro di sé, qualcosa di latente, di addormentato, che aspettava solo il momento giusto per essere tirato fuori. Ricordava anche di avere sempre qualcosa da dire. Ecco, questo era un altro problema (che lo mise in difficoltà soprattutto con le poche ragazze che conobbe): faticava tantissimo a trovare argomenti di conversazione. E più si sforzava nel cercarne uno, più il silenzio regnava sovrano, e più si imbarazzava. E il ciclo si chiudeva (per riaprirsi subito dopo). Si era persino sentito dire di essere un po' "pesante". Pesante. Quella era stata la fatidica goccia che lo aveva spinto a riflettere sul proprio carattere improvvisamente mutato, a cercare di tornare indietro con la memoria e capire come potesse essere passato da un'allegra spensieratezza a una grigia e seriosa aria "pesante". Per quanti sforzi facesse, però, non riuscì mai a ricordare il momento esatto in cui tutto cambiò (o forse lo ricordò ma non volle accettarlo). Arrivò solo alla conclusione che sì, nulla era più come prima. Era ormai terribilmente, per usare un'espressione letteraria, poco "sprezzante", ossia per niente disinvolto. Disinvoltura, pensava sempre, doveva per forza essere sinonimo di "essere sé stessi". Ebbene, avrebbe dato un occhio della testa per essere, anche solo un secondo della sua vita, davvero disinvolto. Forse è vero che, come disse Shakespeare, noi nella vita recitiamo sempre, ma c'è chi sa farlo e inganna il pubblico ricevendone alla fine gli applausi, e chi invece riceve solo pomodori marci in faccia ed esce dalla porta di servizio. |
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