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    October 26

    Adesso

    Adesso è il momento
    di non muoversi,
    di stare fermi,
    di non parlare.
    Adesso.
    Pensavi
    fosse sempre il momento
    di dire qualcosa,
    di fingersi allegri,
    di far ridere.
    Ma non ora.
    Non ora.
    Adesso è il momento
    di lasciarsi portare,
    di continuare ad andare,
    di sperare di poter imitare.
    Cambiano i luoghi,
    cambiano le persone,
    ma tutto rimane uguale.

    E' sempre
    adesso.

    Fine.
    October 17

    Penultimo capitolo di un libro mai scritto

    Il rumore della neve sotto i suoi piedi gli ricordava casa. Era lo stesso rumore che producevano le suole malandate e vecchie di sua nonna quando, oramai più vicina alla morte che alla vita, si alzava lenta dalla sedia e andava a rigirare col mestolo di legno il paiolo sopra il fuoco. Muoveva la zuppa con quel piccolo attrezzo del quale lui ricorda solo la vaga forma a virgola e che in seguito, quasi all'età di sua nonna e non senza malinconia negli occhi, ricercò sugli scaffali di tutti i negozi di chincaglierie nei quali s'imbattè lungo i suoi viaggi nelle città a sud dell'Altopiano Tresor. Non lo trovò mai.
    Un rumore alla sua sinistra gli fece alzare gli occhi da terra. Fu costretto per un attimo a guardare avanti a sé, a distogliere lo sguardo dal terreno gelato. Scivolò e, se non si fosse fatto forza sul bastone, sarebbe caduto a terra, congelandosi all'istante. Lo sapeva, sapeva che non doveva mai smettere di fissare il bianco della neve e le sue mille insidie.
    Udì nuovamente quel rumore. Era il vento? Erano gli stresch? O... No. Non voleva neanche pensarci. Avrebbe preferito trovarsi di fronte una di quelle bestie purulente piuttosto che dover fuggire (dove?) da un grest.
    I grest. L'ultimo a vederli fu Bosker, il suo migliore amico d'infanzia. Li incontrò mentre tornava da una giornata di pesca nel fiume poco fuori dal loro paese natale, Selidom. Al suo ritorno nessuno, all'inizio, riuscì a riconoscerlo. L'amico fece solo in tempo a stringergli la mano e a dirgli che quel lontano giorno di pioggia aveva davvero fatto l'amore con la sua ex-ragazza. Fu la seconda volta nella sua lunga vita in cui pianse. L'odore delle sue viscere non venne più via.
    "Qui..." riuscì a sentire, stavolta chiaramente. 'Forse un uomo' pensò, 'uno che vuole perdersi, come me'. In realtà sapeva benissimo a chi apparteneva quella voce, così come sapeva di essere venuto lì proprio per lei. Aveva attraversato tutta Amarcat solo per vivere quel momento, eppure, adesso che era finalmente giunto alla meta, tutto sembrava perdere senso.
    Si mise una mano davanti agli occhi e iniziò a camminare verso la voce. Il mantello strappato, attraverso il quale si vedeva chiaramente un vecchio tatuaggio a forma di A, era teso quasi parallelamente al terreno. Il vento da Nord, dal dimenticato Nord, gli graffiava il viso seminascosto da una grossa sciarpa di ters, forse uno dei tessuti più caldi di Kir (era appartenuta a suo padre, che usava mettersela quando, insieme, andavano a caccia nei boschi di Frest).
    Gli alberi della foresta lo guardavano. Sapeva che non potevano parlare e tantomento muoversi, ma quegli occhi neri come l'abisso erano peggio di una condanna a morte. Da bambino sua nonna gli raccontava le storie di quei vecchi alberi, del loro passato che oramai più nessuno ricordava. Da lei aveva appreso che, molti secoli prima, quei tronchi nodosi e quegli occhi implacabili erano stati uomini, soldati dell'esercito di Kargon che, nella battaglia di Hort dell'anno 243 A.R., erano stati fatti prigionieri e portati lì. Deportati da Dolcos e appesi ai treg come animali: alcuni, i più fortunati, erano morti subito. La storia di sua nonna s'interrompeva nel momento in cui furono portati via in catene, e di come, in qualche strano modo che lei non sapeva (o meglio, non voleva) spiegare, si fossero fusi coi treg per diventare gli alberi della Foresta di Ukbar. La verità la venne a sapere anni dopo, quando si trovò a combattere per quello stesso esercito, per la Silente Kargon.
    Distolse lo sguardo dai terg e cercò di guardare avanti. Un passo dopo l'altro, contro il vento, contro quegli occhi, contro le lame di freddo del Nord. Contro sé stesso.
    La voce di suo padre l'aspettava.






    Detto e ridetto (a me stesso)

    Una frase basta e avanza: CHI NASCE TONDO NON PUO' MORIRE QUADRATO. E si sa, il suo destino è uno solo: disobbedire a una certa parte di sé che vorrebbe fuggire dal suo corpo-gabbia... Desiderio, purtroppo, utopico! Continuare così ha un suo senso, ma non lo comprendo. Forse, se lo capissi, potrei vederla diversamente, ma ora ciò che mi suggerisce il cervello (quale parte di esso?) è una cosa sola: sei così, che vuoi farci? Innaturale, inaspettato, a volte deludente.
    October 11

    Il medioevo ad Alcalà

    Caratteristica principale del medioevo e delle sue feste, ossia della cultura popolare medievale, è l'esagerazione. Il tutto e il contrario di tutto. Imprecazioni e risa nello stesso momento. Abbuffate di cibo contro lo spettro della carestia e delle guerre. Spettacoli dove il corpo è artista e spettatore al tempo stesso. In una parola: Vita.
    La Semana Cervantina, ad Alcalà, è un tuffo in quel periodo storico, condito dalla presenza di Don Chisciotte e Sancho Panza che vagano per le strade della città e si guardano intorno con l'occhio perso, melanconico. Girano fermandosi ogni tanto a bere un bicchiere, a fare due chiacchiere con la gente, a vivere ogni giorno una mini avventura che non sfigurerebbe nel romanzo che li ha generati.
    Nella piazza principale, davanti all'università, nelle viuzze, sono spuntati dei negozi, ma sarebbe meglio dire "tiendas". Bazar che vendono prodotti tipici spagnoli e, ovviamente, con una patina d'antico: cibo, calzature, cinte, manufatti, collane... E poi lana venduta tanto al chilo, tessuti, pane fatto sul momento e venduto, carne arrostita in enormi barbecue... Tutto ciò che sarebbe lecito aspettarsi in una grande fiera medievale, appunto.
    Ma tutto questo sarebbe noioso se non ci fossero, oltre ai due personaggi cervantini, tanti artisti di strada: giocolieri, mangiatori di fuoco, attori che impersonano spadaccini e cavalieri, domatori di falchi, spettacoli teatrali e di burattini...
    Ciò che ho visto ho tentato di descriverlo, ma non posso descrivere l'atmosfera. Bisogna esserci. Spero di rendere maggiormente l'idea con le solite poche foto che questo blog mi permette di caricare.
    Hasta luego!!



    October 05

    Il cielo e i nidi

    Ieri il vento gelido della Galizia ha bussato alle porte di Alcalà. Chi vive qua se l'aspettava, ma tutti gli altri, e soprattutto gli studenti erasmus, sono rimasti sorpresi.
    Non fa sconti il freddo, qui.
    Eppure, se non fosse per i maglioni, le giacche pesanti, i dolcevita, diresti che qui tutto è sempre identico a sé stesso.
    Il cielo, per esempio.
    Prima di venire qui avevo letto da qualche parte (forse nei ricordi di qualcun altro) che il cielo di Madrid è di un azzurro incomparabile. Che stupidaggine. Il cielo è il cielo. Può essere nuvoloso, limpido, rosa crepuscolare... Ma rimane cielo. E invece, come ultimamente mi capita forse un po' troppo spesso, mi sbagliavo. L'azzurro è davvero diverso. Ti rimane impresso nella memoria. Non ha sbavature. E' quasi sempre immacolato, tirato a lucido. Raramente si vedono lembi di cirri dispersi a graffiarne la perfetta superficie.
    E poi i nidi.
    Aggrappati ai tetti spigolosi degli ex-conventi, stagliati contro quell'acciaio fatto di aria, quegli ammassi di legno sembrano essere lì da sempre. Pensi siano fragili, leggeri, ma dopo ti accorgi che neanche il vento secco che ti frusta la faccia ogni mattina riesce a smuoverli. L'azzurro del cielo ne risalta i bordi, mostra tutte le minime variazioni provocate dai diversi rametti di legno che le cicogne portano qui da chissà dove. Da chissà quando.
    Quei nidi, appoggiati stancamente a campanili di ex-conventi, sembrano far parte dello stesso edificio. Il loro colore, col tempo, è diventato quello del marmo brunastro che domina Alcalà.
    A volte, guardando in alto, mi piace pensare che sono gli edifici ad aver assunto il colore dei nidi, e non viceversa.

    October 01

    Triste essere vivo


    Dall'alto di questa collina
    il fiume sembra nascere
    dalla luna.
    Le sue rive lo baciano
    e si bagnano d'argento.

    Nulla è cambiato.
    Così ieri
    era la terra,
    così era la luna,
    così il fiume
    e le sue rive.

    Ma triste essere terra,
    triste essere luna,
    triste essere fiume
    e rive d'argento,
    questa notte.


    Triste essere
    ancora vivo,
    e stare qui
    a contare
    poche sillabe,
    a sognarti sognare.
     
     
    Perdonami, fratello.
    Vorrei danzare con te
    sotto la luna cadente.
    Vorrei tornare anch'io
    un giorno 
    nei vaghi ricordi d'un vecchio.